L'autore del monumentale saggio dedicato al “Teatro d'opera in Italia tra Rossini, Verdi e Puccini”, racconta la genesi e lo sviluppo di un libro denso di contenuti, completo e godibile.


Tra i quattro secoli di vita del melodramma, l’Ottocento è il più documentato e ricorrente nella memoria collettiva, che ben conosce e riconosce le opere di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini. Ed è proprio da questi compositori che prende le mosse “IL MELODRAMMA ROMANTICO. Del teatro d'opera in Italia tra Rossini, Verdi e Puccini”, monumentale e curatissimo saggio scritto da Piero Mioli, pubblicato in questo 2017 dai tipi di Mursia.
Nell'intervista che proponiamo qui sotto, il professor Mioli ci guida tra le sue pagine, che raccontano i cinque grandi compositori conducendo il lettore di teatro in teatro per fargli incontrare i cantanti, i direttori, i registi, i musicologi ma anche i pensatori, i librettisti, gli scenografi e le cosiddette fonti (Schiller, Shakespeare, Hugo) che hanno fatto e tuttora fanno grande la lirica italiana.


Un saggio di questa portata immagino abbia richiesto un lavoro di studio e di ricerca lungo e approfondito: quando ha preso vita il progetto del “Melodramma romantico” e che tipo di gestazione ha avuto?

Lavori simili possono essere considerati la sintesi di una vita di studio. Iniziai ad approfondire le tematiche e i contenuti che vanno a comporre il saggio già nel 1971, quando mi laureai. Come professore di Storia della musica ho poi avuto modo di scrivere libri molto diversi fra loro, pur continuando a “praticare” il melodramma e, più specificatamente, il melodramma ottocentesco con saggi isolati, conferenze, volumetti e volumi di un certo spessore. Lavorando estesamente alla storia dell'opera italiana, ho realizzato una pubblicazione dedicata al Seicento, una al Settecento e una al Novecento. Il saggio di cui parliamo oggi si rivolge all'Ottocento, un secolo a cui sono dunque giunto avendo il terreno già pronto sotto molti aspetti. Per quel che riguarda l'impegno che questo libro ha richiesto in termini di tempo, noi insegnanti in linea di massima dobbiamo costringere i lavori di una certa mole durante l'estate: ho dedicato al “Melodramma romantico” due estati piene – circa otto mesi in tutto – e poi diverse settimane durante l'inverno.


Perché compositori quali Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini hanno riscosso e riscuotono ancora tanto successo a differenza di altri che non sono mai riusciti ad assurgere all'Olimpo dei cosiddetti “grandi”?

Si tratta di una “scrematura” dell'epoca. Quando Rossini e Verdi rappresentavano le proprie opere, erano numerosi gli autori che facevano loro da cornice, e anche se alcuni ebbero un certo successo per qualche mese o per qualche anno, era assodato che il riferimento del primo Ottocento fosse Rossini, il pezzo grosso del pieno, secondo Ottocento fosse Verdi, per arrivare poi fino a Puccini. Si tratta dell'esito di una critica moderna che deriva appunto da una sorta di “scrematura”, di antologia che si era creata nel tempo. Il merito dei cosiddetti “grandi” risiede nella loro capacità di essere stati eccezionali musicisti abili anche sul versante teatrale, di aver saputo raccontare cose belle, divertenti e anche esemplari. Dalle loro opere è infatti sempre possibile imparare qualcosa di attuale, senza annoiarsi: una musica di grande significato ma anche di intrattenimento.


Associa Rossini al fulmine, scrive del “sapiente Mercadante”, del “prismatico Donizetti”, del “sommo Verdi”: come è avvenuta la scelta di questi aggettivi e immagini?

È stato effettivamente difficile e faticoso riuscire a trovare una parola, un aggettivo che potesse riassumere, identificare questi celeberrimi compositori. Ho scelto di associare l'immagine del fulmine a Rossini per sottolineare l'incredibile rapidità della sua ascesa al successo. Quando nel 1801 muore Cimarosa, l'opera italiana – per quanto godesse di decine e decine di compositori di ottimo livello – si trova a non avere più un Principe. Improvvisamente nel 1810 scoppia il caso rossiniano, un qualcosa di fulmineo, che riesce a colpire tutti: nel giro di pochi anni Rossini è ricercatissimo e diventa il più importante operista d'Italia, forse anche del mondo.
Dal canto suo Mercadante, professore di composizione e direttore del Conservatorio di Napoli, era invece noto per essere un autore dotto: ecco perché ho scelto di chiamarlo il “sapiente Mercadante”.
Verdi rappresenta poi l'acme dell'opera italiana. L'espressione “sommo” l'ho ricavata dal finale del terzo atto dell'“Ernani”, dove una voce di baritono si rivolge all'Imperatore Carlo Magno e dice: “O sommo Carlo, più del tuo nome, le tue virtudi aver vogl'io”. “Carlo” e “Verdi” sono inoltre nomi bisillabici e ho quindi semplicemente sostituito l'una figura all'altra.


Nelle pagine dedicate ai teatri d'opera lei parla di “classe” in riferimento alla Scala di Milano, di “passione” descrivendo il Regio di Parma, di “nostalgia” in relazione al San Carlo di Napoli, e definisce la loro storia “molto complicata e pressoché inenarrabile”.

Il musicologo Carlo Gatti – che per due anni, dal 1942, fu sovrintedente della Scala di Milano – scrisse una cronologia dettagliatissima che riferiva la storia del Teatro milanese attraverso le opere e gli interpreti che ne avevano calcato la scena. Una cronologia di questo genere è come un'equazione matematica: non la si può riassumere. Nel mio saggio ho cercato di realizzare una sorta di sintesi, ancora una volta attraverso l'utilizzo di alcuni aggettivi. Ecco dunque la Scala di Milano indicata come teatro di classe, nobile, altero, di origine viennese; al San Carlo c'era invece una passione particolare per le opere di una volta, ed ecco perché ho scelto di parlare di “nostalgia” riferendomi all'istituzione napoletana; è poi ben noto come il Regio di Parma sia un teatro piuttosto animoso, basti pensare ai famosi loggionisti, veri e propri appassionati, non unici ma decisamente famosi in questo senso.


Oltre a descrivere e ad approfondire la storia dei teatri, fa riferimento anche a cantanti, direttori, registi e musicologi che hanno fatto e tuttora fanno grande la lirica italiana – penso al Teatro alla Scala, alla Callas, Karajan, Strehler, D’Amico –, dei quali traccia ritratti completi e dettagliati.

Sono tutti personaggi divenuti miti e veri e propri pezzi di storia dai quali mai avrei potuto prescindere anche per una sorta di desiderio di completezza: mi piace pensare che il lettore incontrando un cognome, un titolo, un'opera possa trovare nel saggio stesso tutte le informazioni del caso, senza abbandonarlo per andare a fare ricerche in biblioteca.


Dal punto di vista discografico, segnala come il Settecento e il Novecento siano secoli avari di supporti fonografici, mentre l'Ottocento – scrive – “se la prende comoda”: in che senso?

Se andiamo a dare un'occhiata a un cartellone operistico di qualunque teatro del mondo, vediamo che non mancano mai i nomi di Verdi, Wagner, Puccini, Rossini... I grandi assenti, e lo dico con il rammarico del professore di Storia della musica, sono spesso compositori quali Pergolesi, che è uomo del Settecento, Monteverdi, uomo del Seicento, Petrassi, Dalla Piccola e Britten, autori del Novecento.
L'Ottocento invece “se la prende comoda”, nel senso che è il secolo del grande repertorio melodico, che piace tanto e giustamente, e che per questo è stato alimentato dalla discografia. Le case discografiche non guadagnerebbero molto se pubblicassero opere del Seicento, del Settecento o del Novecento – che a me sarebbero tante care –. Se invece vengono dati alle stampe titoli quali “Il barbiere di Siviglia”, “Guglielmo Tell”, “Lucia di Lammermoor”, “La traviata”, “La bohème”, “Tosca”, “Aida” ci saranno guadagni resi possibili anche dai nomi degli artisti coinvolti, perché i grandi cantanti, direttori e registi preferiscono in genere dedicarsi ai capolavori ottocenteschi – italiani o stranieri – e a un repertorio che sia di grande visibilità. E anche chi guida i teatri è ben consapevole del fatto che con “Il trovatore” riuscirà a vendere molti biglietti e che, invece, se programmerà in cartellone “Lo frate 'nnamorato” di Pergolesi, pur opera magnifica, la platea rimarrà pressoché vuota.


In una prospettiva più generale, quale ruolo gioca il melodramma romantico italiano nella storia della civiltà e della sensibilità umane?

Penso che il suo ruolo sia forte e bello per tante ragioni. Una di queste è che si tratta di opere assiomatiche, che contengono fedi e messaggi forti: penso ad esempio a “Rigoletto”, che agita il rapporto tra padre e figlio, penso al rapporto tra egizi ed etiopi presente in “Aida” e a “Otello”, che può essere inteso anche in riferimento a questioni razziali.
Al di là della bella musica, è sempre possibile trovare spunti di riflessione, pareri e consigli di vita che credo possano essere intesi come messaggi eterni.
Un punto dolente rigurda il fatto che purtroppo il melodramma non è un genere noto al mondo intero e quindi il messaggio che veicola, che è potente e positivo, arriva a una percentuale ridotta di persone. Credo che la scuola dovrebbe cominciare a rivestire un ruolo in questo senso, dando spazio fra le sue materie anche alla storia della musica.
Perché possa essere l'inizio di un'epoca migliore.


a cura di Ilaria Pellanda




IL MELODRAMMA ROMANTICO
Del teatro d’opera in Italia fra Rossini, Verdi e Puccini
di Piero Mioli
Ugo Mursia Editore, Milano 2017
698 pagine
28,00 euro


Biografia
Piero Mioli vive a Bologna, dove insegna Storia della musica al Conservatorio. È Consigliere d'arte dell'Accademia Filarmonica, presiede la Cappella dei Servi, fa parte del comitato di redazione della “Nuova informazione bibliografica” (Il Mulino), scrive per “il Resto del Carlino”; è inoltre socio dell'Accademia Petrarca di Arezzo, partecipa al comitato scientifico per l'edizione dell'epistolario verdiano (Parma), collabora con varie riviste, svolge attività di divulgatore e conferenziere. Ha scritto numerosi saggi su compositori, generi musicali e testi di storia della musica. Con Mursia ha pubblicato “Invito all'ascolto di Rossini”, “Invito all'opera: Don Carlos di Giuseppe Verdi”, “Invito all'ascolto di Gluck”.