Chopin, le estati a Nohant
di Piero De Martini
Il Saggiatore, Milano 2016; 237 pagine, 22 euro.

Nell’Enciclopedia Treccani, la voce fenomenologia è designata come la “descrizione dei fenomeni, ossia del modo in cui si manifesta una realtà”. Per comprendere le cose che accadono, bisogna conoscere in quali contesti siano spuntate e quali fattori siano stati determinanti per il loro manifestarsi. Quale miglior maniera per capire l’arte? Sapere che sia stato un preciso contesto a generare certi lavori, a far sì che un artista dia alla luce una sua opera.  

È con questa postura che ho affrontato la lettura di Chopin. Le estati a Nohant, scritto da Piero De Martini per Il Saggiatore. Un’indagine molto ben eseguita, che ci conduce attraverso il lasso di tempo che va dal 1838 al 1847, passando da Maiorca a Parigi a Nohant, nel Berry. Ed è repentino il salto nella produzione chopiniana: Maiorca, Preludi Op.28. Un febbrile Chopin si trova ad alloggiare in una certosa dalle tinte fosche e dall’atmosfera mistica. Spesso la solitudine della Certosa lo porta a fantasticare, ad avere fugaci visioni e impressioni diaboliche e non solo: ha apparizioni, vaneggia, e in questi deliri compone, e le dimensioni di questi lavori sono come miniature, istantanee della sua vita nel luogo sacro. Immagini di morte e amene suggestioni all’ombra degli alberi del chiostro, dal rintocco delle campane al cinguettare della capinera.

Dopo un Preludio, che parla della parentesi di Maiorca, si susseguono tanti capitoli quante sono le estati che Chopin ha passato a Nohant insieme a George Sand. E fin dall’inizio ci rendiamo conto di quanto questo luogo sia un brulicare di stereotipi e personaggi appartenenti a nature così varie: per dirla con Honoré de Balzac, anch’egli frequentatore della magione che sorge nel distretto dell’Indre, una vera e propria Comédie Humaine, e ne farà parte Balzac stesso, giudicato da Eugène Delacroix “un gran chiacchierone”. In effetti i due non si somigliano.

Dei soggiorni a Nohant, il pittore predilige le appassionanti conversazioni con Frédéric Chopin: di pittura, come anche di letteratura, egli non capisce pressoché niente, come ci aiuta a comprendere De Martini, “Chopin è un puro musicista”, e si ritrova a giudicare le tele di Delacroix come “non finite”, e dal canto suo viene ammirato dal pittore per la sua arte, “affascinante poiché così spontanea e controllata”.
Un romanzo in cui immergersi, e ci sembra di vederlo, Chopin, nelle magistrali descrizioni riportate dal De Martini “cancellando e cancellando ancora fino a bucare la carta” nell’intento di raggiungere la perfezione assoluta nel suo comporre, nella ricerca di perfetta adesione tra ciò che scriveva e l’idea che aveva in mente. O ancora sembra di avvertire in maniera palpabile “gli sforzi, le incertezze per riafferrare certi particolari del tema (…) chiudendosi in camera per giorni, piangendo, camminando, spezzando le penne, ripetendo e cambiando cento volte una battuta (…)”.
Di Commedia Umana abbiamo parlato. Ma a volte, grazie alla minuzia particolareggiata che De Martini mette in atto, si ha spesso la sensazione di essere nell’atmosfera che attraversa Le affinità elettive di Johann Wolfgang Von Goethe. Se la casa di George Sand a Nohant è un via vai di persone, si creano continuamente legami nuovi, e altri si affievoliscono. Non è retorico affermare di un indebolimento progressivo dello stesso legame tra Chopin e George Sand, quest’ultima sempre più costretta a badare da sola alla casa, aiutata soltanto dal figlio Maurice, che, da estimatore di Chopin, progressivamente non lo sopporterà più. E’ il caso di Pauline Viardot, moglie di Louis Garcia, amici di George Sand. Una cantante d’opera, parente della Malibran, che instaura da subito un profondo legame con Chopin, che la chiama persino ‘Fifille Chérie’, e che a detta di George è ‘ai suoi piedi’.

Ma parlando con l’autore emerge la sua finalità: “In questo libro ho cercato di dare di Chopin un’immagine non stereotipata, di un autore, ossia, sempre triste, malinconico, depresso, pessimista. No: Chopin sapeva essere allegro, sapeva intrattenere come un attore straordinario a detta del commensali di Nohant.” Così come emerge dalle pagine che parlano soprattutto delle prime tre estati, Chopin ci risulta un abilissimo imitatore, spesso un giocherellone che fa ridere tutti, ma ancor più vivido dunque ci appare il repentino alternarsi dei suoi stati emotivi.

Durante tutto l’arco della narrazione è ricorrente una composizione appartenente al folklore francese, la Bourrée de Marcillat, per cornamusa, che Chopin e la Viardot trascrissero per poterla eseguire al pianoforte. George Sand pare sottolineasse spesso una dissonanza di un trillo, che Chopin nella sua trascrizione riportò come fa diesis, nonostante la cornamusa potesse arrivare solo al fa. Ecco. Durante la lettura di questo libro si avverte progressivamente stridere questa dissonanza dentro sé stessi, come se si avvertisse l’acuirsi del conflitto, fisico, psicologico e intellettuale che si intensificò progressivamente nel grande maestro polacco.