Le "Serenate del Ciclone": la storia di un cantante d'opera e di un attore di cinema. La storia di un padre

Il romanzo che Romana Petri ha dedicato a suo padre Mario, cantante lirico e mattatore delle scene italiane nato il 21 gennaio 1922 e mancato il 26 gennaio 1985, ha una peculiarità che balza dagli occhi immediatamente all'udito: quella di un linguaggio utilizzato come musica. Immergendosi nelle “Serenate del Ciclone”, abile connubio tra puro romanzo e memoire familiare, non si può infatti non avvertire il risuonare degli accenti di dialetti lontani, quelli dell'Italia rurale della campagna vicino a Perugia ma anche quelli romano e siciliano che, assieme, vengono a formare una sorta di partitura.
Appassionanti, toccanti e dolenti, le pagine del libro scorrono come se si trattasse della pellicola di un film, proponendo immagini che divengono quasi tattili. Oltre alla vita e alla carriera artistica del padre, il libro di Romana Petri traccia anche un vivido affresco di più di sessant'anni di storia del nostro Paese, dal fascismo alla guerra, dalla ricostruzione al boom economico.
Sono davvero molti i personaggi che fanno capolino dalle pagine del volume, non solo Alberto Sordi, Maria Callas, Giulietta Simionato – quest'ultima dipinta come figura da noir che, in seguito a una burrascosa relazione con Petri (allora il reato di adulterio ancora vigeva e la Simionato portava la fede al dito), lo costrinse ad abbandonare per un periodo il palcoscenico a favore del set – ma anche molti direttori d'orchestra tra i quali Karajan, Mitropoulos e Muti.
Ricorsi lo scorso 2016 i trent'anni dalla morte di Mario Petri e i quaranta da quel suo abbandono delle scene, quando in molti ancora lo ricordano e altrettanti giovani lo hanno scoperto dopo aver letto il romanzo a lui dedicato, abbiamo incontrato l'autrice del volume che, nell'intervista che pubblichiamo qui di seguito, ci guida in quella magnifica avventura che fu la vita del “Ciclone”.




Si legge nell'aletta di copertina che i libri sui padri “sono sempre una resa dei conti col morto che, in quanto tale, non parla”. In realtà il suo testo va controtendenza, prendendo l'avvio dal giorno in cui suo padre viene alla luce per reinventarne la storia. Ci racconta come nasce l'architettura del testo? È stato difficile realizzare il connubio tra la parte di puro romanzo e quella di memoire familiare?


Ho impiegato molto tempo per decidere se scrivere o meno questo libro. Nonostante avvertissi un profondo senso di mancanza nei confronti di mio padre e la mia voglia di scrivere fosse animata dal desiderio di poterlo riavere accanto, non riuscivo a vedere la strada da intraprendere per realizzare quest'opera. A suggerirmi il percorso è stato “La provincia dell'uomo” di Elias Canetti, testo che avevo già letto molti anni fa e in cui l'autore immagina come sarebbe bello, arrivati a una certa età, cominciare a rimpicciolire e a scendere le scale già percorse in salita nel corso della vita. Tutto m'è apparso improvvisamente chiaro: ho compreso che mio padre non mi mancava solo come tale ma che di lui mi mancava tutto. Ecco perché – mentre generalmente i libri sui padri parlano di uomini che sono già i genitori di chi scrive – ho scelto di andarmelo a riprendere molto lontano nel tempo, quando stava uscendo dall'utero di mia nonna, quando ancora non era il mio papà.


Ce ne accenna un ritratto?


Di lui ho oramai un doppio ricordo: quello reale e quello che ho inventato. Il secondo corrisponde alle prime 300 pagine del libro, che a oggi sento a tutti gli effetti parte integrante della mia vita. Mio padre ha rappresentato per me il simbolo della giovinezza, della forza, della speranza, della voglia e della possibilità di realizzare i propri sogni. Quando era solo un ragazzo, faceva il pugile professionista per riuscire a pagarsi le lezioni di canto: usava i suoi muscoli, i tendini, il sangue e il sudore per perseguire il desiderio di fare il cantante, un mestiere che lo portava in un altrove, in una sorta di dimensione angelicata. Mio padre per me era questo ossimoro di uomo-roccia, grande, poderoso e di uomo-angelo che cantava e diveniva puro spirito.


Mario Petri diviene dunque un uomo di spettacolo, che veste i panni di figure eroiche sia nell'opera lirica che nel cinema: che ricordi ne ha?


Nella mia fantasia e anche nella mia memoria di bambina e di ragazza lo ricordo ad esempio Don Giovanni e Macbeth all'opera ma anche nei panni di Ercole, del “cattivo” nei molti “Sandokan”, o nella pellicola Di Sergio Grieco “La regina dei tartari”. Vidi questo film seduta in braccio a mio padre, e mentre lui – da copione – moriva sulla scena, io avevo una sorta di crisi isterica perché non riuscivo più a capire quale fosse la realtà, se quella in cui lui stava morendo o quella in cui gli sedevo sulle ginocchia. Ricordo poi il periodo legato alla lavorazione del “Colpo segreto di d'Artagnan” di Siro Marcellini: prima che iniziassero le riprese ci trovavamo in vacanza a Santa Marinella, dove fu nostro ospite il figlio di Errol Flynn, Sean. Me ne innamorai perdutamente! Avevo circa tre anni...


Attorno a suo padre e alla sua famiglia hanno gravitato molti personaggi famosi.


Ho avuto la fortuna di conoscere Sergio Leone, Maria Callas, Herbert von Karajan, Giancarlo Fusco, Jack Palance, Riccardo Muti... Quest'ultimo ha rappresentato qualcosa di “non positivo” più per me che non per mio padre. Credo infatti che sia più semplice perdonare il male che ci viene fatto rispetto a quello che viene arrecato alle persone che amiamo. In breve: Muti, nonostante il parere contrario di molti, aveva fortemente voluto mio padre per il “Macbeth”. Dopo la messinscena, uscì un articolo a firma di un famosissimo musicologo che elogiava l'interpretazione di Petri come una tra le più grandi che ci fossero mai state, e dedicava invece solo poche parole alla direzione di Muti. Il Maestro non fece mai più avere sue notizie e scomparve dalla vita di mio padre. Egli, che nutriva per Muti una vera e propria adorazione, ne soffrì moltissimo, lasciò le scene e si ritirò in campagna.


Si legge nel libro che, fin da bambina, lei riesce a intuire un lato segreto insito in suo padre: quello che rivela un animo fragile custodito in un corpo da gigante. Come avviene questa scoperta e che ripercussioni ha avuto sulla sua vita di figlia?


Fin da piccolissima nutrivo un senso materno nei suoi confronti: lui era sì la mia roccia, la “belva” che avrei potuto sciogliere nei momenti di pericolo, eppure sentivo forti le sue profonde malinconie. Era un grande “sospiratore” e, anche per questo, non mi era difficile cogliere i momenti in cui scivolava in abissi di tenebra, episodi che mi inquietavano e che volevo immediatamente ricomporre per vederlo tornare a scherzare e a sorridere: lo coccolavo e lo abbracciavo, facendo anche un po' la buffoncella pur di sentirlo di nuovo sereno. Tutto ciò ha avuto importanti ripercussioni sulla mia vita, radicando in me un modo d'essere iperprotettivo nei confronti di tutti, non solo dei miei cari. Il mio primo sguardo è sempre rivolto a chi sento o vedo triste e ripiegato su se stesso. È come se mio padre avesse incuneato in me il desiderio di riportare alla luce chi, anche solo per un attimo, sta cadendo nel buio. A fare da contraltare, il fatto che non abbia mai trovato qualcuno che pensasse a me. Per questo dico sempre che sono io l'unico vero uomo della mia vita!


L'adolescenza è un periodo spesso complicato nella relazione genitori-figli: come ha vissuto, allora, il rapporto con suo padre?


Come spesso accade nella maggior parte delle famiglie, vi è stato un momento di “sano” rifiuto nei suoi confronti. Abbiamo vissuto due o tre anni in cui non riuscivamo ad aprire bocca senza cadere in litigi tremendi. Molto spesso, tuttavia, questi screzi si diluivano poi in grandi risate: non riuscivamo mai a tenerci il muso a lungo. Adoravo e adoro mio padre, l'ho amato immensamente e se avessi potuto scegliere un padre non avrei voluto altri che lui. Ciò non significa che il nostro rapporto sia sempre stato idilliaco. Ho scritto questo romanzo con molta lucidità e senza “sconti” per il mio genitore, non certo esente da difetti. Quando sbagliava me ne rendevo conto ma questo non toglieva e non ha tolto alcunché all'incatagione del mio sguardo nei suoi confronti.


Che ruolo giocano e come vengono descritti l'amore e l'amicizia nelle sue pagine?


Nella prima parte del romanzo si parla delle conquiste amorose di quando mio padre era ragazzo, a Perugia. Sono pagine che nascono dai ricordi delle storie che mi sono state raccontate: mio padre in casa era una leggenda e quando narrava le vicende della sua adolescenza e della propria giovinezza tutti ascoltavamo con un interesse quasi incantato. In prima persona, ho vissuto il grande amore che ha avuto per mia madre, un sentimento che li ha legati nel profondo. Si sono incontrati quando erano molto giovani e hanno trascorso insieme trentasei anni della loro vita. Mia madre è rimasta vedova a cinquantaquattro anni e non ha mai più avuto un compagno: pur trovando anche lei alcuni difetti in suo marito, in realtà non poteva fare a meno di pensare che fosse fascino puro. E le persone di questo tipo divengono insostituibili. Credo sia molto difficile incontrare il grande amore nella vita. Stendhal diceva che l'amore è una sorta di cristallizzazione: si incontra una persona, le si attribuiscono grandi qualità e poi, man mano, si comincia a sottrarle una a una; ma quando si incontra il grande amore, ebbene quella sarà l'unica prova dell'esistenza di Dio. Quando mia madre mi diceva – io avevo circa venti, venticinque anni – di emozionarsi ancora incontrando mio padre lungo il corridoio di casa, capivo che quello era davvero un grande sentimento. È stato un tipo di attrazione straordinaria ed equilibrata al tempo stesso: tra i miei genitori c'era una profonda passione, si abbracciavano, si baciavano ma li sentivo anche ridere molto e parlare a lungo.
Il romanzo prende in considerazione anche l'amicizia che legò mio padre soprattutto a due persone. Ebbe infatti un rapporto molto profondo e di tipo intellettuale con un ragazzo di nome Orlando, con il quale parlava di filosofia, di musica, di romanzi, e un legame viscerale – fatto di momenti eroici e scazzottate perugine con gli inglesi dopo la guerra – con il Kid, che non conobbi mai e che mi venne sempre descritto come un uomo bellissimo, fascinosamente laconico, un “ragazzo-puma con gli occhi antartici”, descrizione che non poté non farmi innamorare di lui. E credo che proprio questa infatuazione mi abbia salvata da un potenziale, gravissimo complesso di Edipo! Il legame che mio padre ebbe con il Kid si nutriva di un senso dell'amicizia che lo commuoveva nel profondo, un rapporto all'insegna dell'essere sempre “uno per tutti, tutti per uno”.


La nostalgia potrebbe essere una sorta di “personaggio-fantasma” che agisce fra le pagine del volume?


Si tratta di un sentimento molto particolare, che oscilla tra la dolcezza del ricordare e il pericolo di scivolare nella malinconia. In questo secondo caso la nostalgia rischia di avvicinarsi a qualcosa di mortifero. Penso che “nostalgia” e “malinconia” siano parole – e modi di sentire – che possono sovrapporsi con molta facilità: è difficile provare nostalgia per qualcuno senza cadere in uno stato malinconico. Dal canto mio l'ho però sempre vissuta come un sentimento di tipo creativo, anche nei confronti di mio padre. È nella nostalgia e nella mancanza, infatti, che ho scritto le seicento pagine che gli ho dedicato.


Raccontare il proprio padre può rivelarsi un'ardua impresa, soprattutto se, come lei ha fatto, si evita di scivolare nel sentimentalismo, mantenendo una pur affettuosa obiettività che lascia trapelare emozioni vere e forti. Come ha vissuto il periodo di lavorazione del romanzo?


È stata un'immersione totale, un anno intero di lavoro continuo. Vivevo con appunti scritti su pezzi di carta che tenevo in tasca, su block notes che ritrovavo sparsi per tutta la casa; spesso accadeva che un'idea prendesse corpo proprio nel momento in cui stavo per addormentarmi dopo aver scritto fino a tarda sera, e allora dovevo subito alzarmi, riaccendere il computer e appuntarla per non rischiare di perderla. È stato un periodo complesso, che ho vissuto anche con molta stanchezza. La prima parte del libro è scivolata senza problemi: è quella più romanzata, che mi ha permesso di usare la fantasia: è stato bellissimo far rinascere mio padre, vederlo bambino, seguirlo durante la crescita, sentirlo desiderare e ottenere. Era il mondo della sua giovinezza, un luogo in cui un sogno si poteva ancora avverare con una certa facilità. Aveva diciassette anni quando fuggì di casa portando con sé solo un piccolo fagotto, e quando arrivò a Roma non sapeva nemmeno dove andare a dormire o a chi rivolgersi. La vita poi ha giocato a suo favore, i suoi desideri sono divenuti realtà ed è riuscito a diventare un grande cantante e a calcare palcoscenici prestigiosi a Milano, Roma, Firenze, Napoli ma anche a Salisburgo, a Parigi, in America...
La realizzazione della seconda parte del libro è andata bene fino a quando non mi sono ritrovata nei pressi della malinconia, della tristezza e della depressione di mio padre, a cui ho accennato poco fa. Era un uomo bello, forte, aveva una vita magnifica, un matrimonio da favola e una famiglia che lo amava profondamente, e nonostante tutto si ripiegò su se stesso, avviluppato da una profonda sofferenza, la stessa che ho rivissuto anch'io scrivendo le ultime pagine del romanzo. E come d'improvviso, mi sono resa conto che avrei dovuto farlo morire di nuovo. È stato molto doloroso mettere il punto finale a questo libro, rivivere la perdita di un uomo che mi aveva fatta sempre sentire al sicuro, protetta da tutto e da tutti: ora come allora – ma forse è una sensazione che non mi ha mai davvero lasciata – mi sono sentita “s-protetta”. Totalmente.


Le ultime pagine del libro narrano, in maniera vivida e molto commovente, la morte del suo papà, avvenuta all'età di sessantatré anni. In questo straziante frangente lei si chiede: “Chi sarei stata io da quel momento in poi?”, “Come avrei fatto a sopravvivergli?”, “Com'era possibile che stesse cominciando una vita nuova, diversa, e che sarebbe durata per sempre, fino a che io fossi rimasta viva?”. Vuole raccontarci quei momenti?


Sono stati terribili, e sono tornati a galla con prepotenza nel momento in cui mi sono ritrovata a metterli nero su bianco. Sono stata malissimo quando ho terminato il romanzo, non solo psichicamente ma anche fisicamente: quando la mente soffre, soffre anche il corpo. Mi sono sentita senz'aria: per l'egoismo di riavere mio padre, avevo dovuto farlo morire una seconda volta. Al dolore s'è affiancato però un sentimento di segno positivo: mi sono infatti resa conto che moltissimi giovani hanno avuto modo di conoscere Mario Petri proprio grazie a queste mie seicento pagine. I suoi video su YouTube hanno oggi un numero notevole di visualizzazioni e sono davvero numerosi i ragazzi che mi scrivono, affascinati dalla figura di mio padre.


A fare da sorta di contraltare alle ultime pagine, l'immagine di copertina: una foto di famiglia che la ritrae bambina sorridente mano nella mano con suo padre, intento a leggere una partitura o un copione. Ci racconta la storia di questo scatto in bianco e nero e la scelta di colorarne solo i suoi vestiti (gonna e maglioncino)?


Si tratta di una fotografia che ho sempre visto in casa. Ricordo che ci trovavamo a Castel Sant'Angelo, sul set del film “Capitani di ventura”. Lo scatto sarà sicuramente stato opera di un fotografo di scena che ci avrà visti camminare mano nella mano. Ma mentre io sono molto spontanea e guardo sorridente in macchina, mio padre in realtà sta posando: il copione non stava davvero leggendolo, ne sono sicura! Lui posava sempre, anche quando a casa beveva il caffè. Io guardo l'obbiettivo con aria felice e fiera di questo gigante che ho accanto, che mi ha sempre fatta sentire invincibile: con lui al mio fianco avrei potuto sfidare il mondo intero. Quando ero piccola era così che mi sentivo: intoccabile. Una bellissima sensazione. La scelta di colorare la mia gonna e il mio maglione è stata della casa editrice. La cosa curiosa, quasi magica, è che quando mia made ha visto la copertina del libro ha esclamato: “Accidenti! Come hanno fatto a sapere che i colori dei tuoi vestiti erano proprio quelli?!”. La foto, infatti, era stata sempre e solo in bianco e nero.
Penso che i libri siano oggetti rettangolari con un'anima rotonda, e non si sa mai dove possano far approdare chi li scrive e chi li legge. Non ho mai saputo chi fosse il Kid, non ho nemmeno mai saputo come si chiamasse davvero. Dopo dieci giorni dalla pubblicazione del libro, per una serie di eventi, non solo ho saputo il suo vero nome ma ho anche conosciuto suo figlio. I casi della vita.

recensione e intervista di Ilaria Pellanda


Le serenate del Ciclone
di Romana Petri
Neri Pozza Editore, Vicenza, 2015
592 pagine
18,00 euro

Biografia
Romana Petri è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes, ed è stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario, collabora con “ttl La Stampa”, “il Venerdì di Repubblica”, “Corriere della Sera” e “Il Messaggero”. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: “Ovunque io sia” (BEAT 2012), “Alle Case venie”, “I padri degli altri”, “La donna delle Azzorre”, “Dagoberto Babilonio”, “un destino”, “Esecuzioni”, “Tutta la vita”, “Figli dello stesso padre” e “Giorni di Spasimato amore”. Con “Le serenate del Ciclone” ha vinto il Mondello Giovani e il Super Mondello 2016.