Oltre che drammaturga, regista, scenografa e costumista, Sonia Arienta è una preziosa studiosa del melodramma ottocentesco e degli effetti che il melodramma ha indotto nella storia e nella società. Il suo titolo precedente, intitolato “Opera. Paesaggi sonori, visivi, abitati (LIM 2011)”, analizzava i luoghi e gli spazi dell’opera italiana (spazi del potere, focolare domestico, territorio), evidenziando i significati, i simboli e le conseguenze anche sociali di ogni messinscena e di ogni sfondo. Questo nuovo saggio sviscera i ruoli possibili della voce umana nei lavori di tre monumenti nazionali dell’Ottocento: Hugo, Dickens e, quel che più ci preme, Giuseppe Verdi. La premessa è chiara: “Leggere un testo significa convertirlo in suono con l’immaginazione. La scrittura non può fare a meno dell’oralità”. Nella finzione operistica, come nelle interazioni reali, i cosiddetti elementi non verbali della comunicazione, veicolati attraverso la voce-suono, riflettono rapporti sociali e precisi schemi di pensiero, anche al di là delle intenzioni dell’autore (la voce-suono, precisa Arienta, è “una botola aperta su ciò che sfugge al controllo cosciente e razionale dell’autore”). Arienta usa la definizione voce-suono per indicare l’insieme di parametri acustici che misurano la sonorità vocale, e perciò altezza, intensità, timbro. Come è possibile scriverne, trattandosi di spettacoli del XIX secolo, senza registrazioni coeve? È possibile: le partiture e gli epistolari di Giuseppe Verdi abbondano di commenti e indicazioni scritte, per molti spettacoli non mancano le note di regia, o testimonianze documentarie. In nome delle leggi della retorica, Arienta studia i duetti (i dialoghi!) e le logiche che muovono le parole dei personaggi di Don Carlos, Rigoletto, Trovatore, Macbeth, Traviata. I personaggi di un’opera parlano dentro e fuori la cornice dell’intreccio, tra di loro e verso il pubblico. Sono persuasori occulti, dei quali Arienta svela le intenzioni, al di là – è questo il bello - del testo del libretto. Ne esce un libro che intimidisce il timido recensore che sarei io: un libro dotto e appassionato, difficile nell’assunto, ma non nella lettura. È il bello dei prodotti culturali di massa: offrono molte più chiavi di studio dei prodotti culturali di nicchia. Tanto vale per le opere di Verdi, i blockbuster dell’Ottocento.

Urli, mormorii, silenzi.
Sociologia della voce nel teatro musicale e nel romanzo dell’Ottocento.

di Sonia Arienta
Carocci Editore, Roma, 2015 - 283 pagine; 29 euro

recensione di Jacopo Ghilardotti @jghilardotti