Nonostante Giuseppe Verdi non le avesse pensate come un unicum coerente, le tre opere che ha scritto intorno ai quarant’anni vengono lette, da tempo, come una trilogia: romantica (Gino Roncaglia), oppure popolare (Massimo Mila). Le tre opere sono Rigoletto, la sua preferita, il Trovatore, la Traviata.  Tre opere in scena ovunque nel mondo e sulle quali il dibattito e gli studi sono sempre in movimento, come dimostra questo tomone, che segue di soli sette anni un saggio sul tema, quasi altrettanto ponderoso, pubblicato da Antonino Titone per L’Epos. Il Verdi perduto è, racconta Gallarati, il Verdi come voleva Verdi, equivocato dalla critica e manomesso a lungo da una prassi esecutiva che privilegiava l’atletismo vocale e la retorica melodrammatica. Scriveva Verdi, maestro del pianissimo, e non senza amarezza: “Io sono accusato di amare molto il fracasso e di trattare male il canto”. Suddette forzature nell’esecuzione musicale hanno danneggiato le opere della trilogia più di ogni altra partitura. Dopo un primo sforzo di Toscanini, ai primi del Novecento, la musica è cambiata nel secondo dopoguerra, quando il melodramma italiano, sottratto agli specialisti, è stato affidato a direttori d’orchestra di formazione sinfonica (Karajan, Abbado, Kleiber), che l’hanno trattato con la stessa cura e la stessa attenzione analitica riservata ad altri autori (Wagner, uno per tutti). Atto dopo atto, scena dopo scena, “Gallarati mette in rilievo affinità, differenze, caratteristiche” delle tre opere, rilette (riascoltate!) alla luce dell’ultima Verdi-Renaissance. Di qui dovranno passare, gli studiosi del prossimo futuro.

Verdi ritrovato. Rigoletto, Il trovatore, La traviata.
di Paolo Gallarati.
Il Saggiatore, Milano 2016
587 pagine. 32,00 euro.

recensione di Jacopo Ghilardotti