Estampes
[prosegue dalla prima parte]
http://www.mondoclassica.it/news/debussy100-prima-parte


Nel 2018 ricorre il centenario della morte di Claude Debussy.

Classica HD lo celebra con un doppio appuntamento. Il primo, venerdì 9 marzo alle 21.10, ha visto protagonista Daniel Barenboim nell'esecuzione del primo libro dei Preludi, nell'ambito di un documentario realizzato da Paul Smeczny intitolato Entre-z-Yeux.
Nel secondo, venerdì 16 marzo alle 21.10, vedremo Menahem Pressler impegnato nell'esecuzione delle Estampes, in un recital tenutosi alla Cité de la musique di Parigi.
In programma anche due Mazurke di Frédéric Chopin, Mazurke Op.7 n.1 e n.3, Op.17 n.4.

Cosa lega questi due autori?

Debussy comincia lo studio pianistico con Madame Antoniette-Flore Mauté de Fleurville, che era niente di meno che un’allieva dello stesso Chopin.

E, come riporta Jean-Jacques Eigeldinger nel suo Chopin visto dai suoi allievi, nel riportare una testimonianza di Debussy, cita: “Ho preciso ricordo di quel che Madame Fleurville mi diceva. Chopin voleva che i suoi allievi studiassero senza pedale, e, salvo in rare occasioni, ne vietava l’uso.” E ancora: “L’uso del pedale di Chopin aprì la strada a Debussy, che traeva particolare piacere da quella che egli chiama alchimia sonora .” Niente di più vero. Debussy forniva precisissime indicazioni circa l’uso del pedale per quelle sue composizioni che al primo approccio potevano sembrare quasi richiedere un’alonatura ad libitum e senza misura specifica. Si prenda ad esempio Pagodes. la prima delle 3 composizioni che costituiscono Estampes. Una simile scrittura, così ampia e con bassi tenuti per così tanto tempo può facilmente tentare l’esecutore ad 'allungare' qualunque pedale, cioè a tenerlo abbassato più del necessario. Anzi, è proprio in nome del fatto che quei bassi debbano essere tenuti che chi suona è indotto a pensare che il pedale non solo sia legittimo, ma addirittura necessario. Invece non è così. Ogni cosa nella scrittura di Debussy è pensata per essere nitida e chiara, e si staglia in maniera abbagliante sui bassi, che come una struttura portante spingono il suono avanti e lo propagano e gli consentono di raggiungere la veste timbrica per la quale erano stati pensati dal compositore. Così come ci mostra magistralmente Menahem Pressler, ogni idea è chiara e distinta. 

Certo, sarebbe un errore credere che tutto ciò sia sempre stato così nitidamente preciso. E subito ci viene da domandarci quale fosse la natura del Debussy pianista. Dopo essere stato introdotto alla musica dalla Mauté de Fleurville, divenne allievo di Antoine François Marmontel presso il Conservatorio di Parigi. Subito emerge la sua eccentrica personalità: come ricorda Gabriel Pierné, pianista e compositore, a sua volta allievo della classe di Marmontel, “Non so se fosse timidezza o una sua goffaggine, ma si scagliava letteralmente sulla tastiera ed esasperava tutti gli effetti. Sembrava preso da una specie di rabbia contro lo strumento, lo aggrediva con gesti impulsivi, ansimando rumorosamente quando eseguiva dei passi difficili” (F. Lesure, Debussy: gli anni del simbolismo, EDT, 1994).

Debussy ci appare come un ragazzo impulsivo, un pianista eccentrico ed incontenibile, che spinge lo strumento alle sue sonorità più estreme. Grazie alla testimonianza di Paul Vidal, emerge inoltre una grandiosa estensione ed agilità della mano sinistra. Qualcosa di rintracciabile forse anche nella sua scrittura, spesso connotata da grandi salti e da accordi tenuti di grandissima ampiezza.
Ancor più interessante forse il Debussy studente di composizione. Tutti ne riconoscono lo spessore musicale, tanti però ne rifiutano l’arditezza: è il caso di César Franck o di Èmile Durand, il quale annota il 19 gennaio 1878: “Eccellenti capacità musicali, molta sbadataggine”. In fondo è lo stesso Debussy ad ammettere di non darsi granché da fare nel corso di armonia. Il 19 giugno lo stesso Durand ammette che “sarebbe un ottimo allievo, se fosse meno pasticcione e meno avventato”. Qui forse le due classi in cui studia convergono su un aspetto: il talento è enorme, sconfinato. L’intelligenza pure. Ma egli diventerà un’artista solo se si assoggetterà ad una maggiore riflessione.

La maturità, si sa, porta consiglio. E Debussy sarà destinato a cambiare definitivamente la storia della musica, pianistica e non. Debussy è la storia di questo élan vissuto ed accolto a pieno dal suo spirito innovatore, ma decodificato e riproposto con estrema precisione e scrupolo. “Diamo spesso troppo significato alla tecnica, alla forma e all’ingenuità compositiva. (…) Quella che noi facciamo non è musica, ma è un esercizio metafisico. Non abbiamo motivo di disorientare chi ascolta facendolo perdere nei meandri di complicate strutture”, afferma lo stesso Debussy, facendoci capire in ultima istanza quale sia la profonda necessità della sua musica: arrivare diretta all’orecchio e allo spirito di chi ascolta. E per fare ciò dev’essere chiara e precisa. Torna l’affermazione di Barenboim.  Lo slancio per la vita, ma con spirito matematico. E’ come un lucido avvicendarsi al più alto senso dell’arte.

#DEBUSSY100