Il giovanissimo musicista racconta il suo incontro con la musica, i successi, i sogni
Giovedì 26 ottobre alle 21.10 Classica HD presenta il violinista veneto Giovanni Andrea Zanon – classe 1998, nemmeno ventenne, eppure già avviato a una brillante carriera internazionale – in un ritratto inedito tracciato dal documentario di Amerigo Daveri. Intitolato “Giovanni Andrea Zanon. Un talento tutto italiano”, vede il giovane violinista raccontare, in esclusiva per Classica HD, il suo incontro con la musica, le giornate fatte di studio e sacrifici, i primi importanti concerti a Verona, i sogni e i molti successi.

Lo scorso 21 settembre abbiamo inoltre raggiunto Giovanni Andrea al Teatro Duse di Asolo, dove, con il pianista Pierluigi Piran, ha eseguito musiche di Mozart, Schumann, Strauss e Saint-Saëns.
Pubblichiamo qui sotto l’intervista esclusiva rilasciata per Mondo Classica.


Quando e come nascono la tua passione per la musica e l’amore per il violino?

Sono sbocciati quando avevo solo due anni e perciò ne ho un ricordo decisamente sfumato. Un ruolo fondamentale lo ha giocato il fatto che mia sorella all’epoca – e lo fa ancora oggi – suonasse il violino, il che ha stimolato in me il desiderio di emularla. Tutto è nato quindi quasi per gioco: volevo poter maneggiare anch’io quell’oggetto magico da cui uscivano suoni e melodie. I miei genitori mi hanno allora donato uno piccolo strumento costruito su misura per me da un liutaio padovano. Come dicevo poco fa, non ho un ricordo particolarmente vivo dei miei primi passi con il violino, ero molto piccolo, ma ho avuto modo di ripercorrerli guardando le riprese realizzate dai miei genitori. Dai filmati si evince che ho vissuto lo studio musicale di quei primi anni come se si trattasse di un gioco, a volte di una sfida ma mai come qualcosa di oppressivo.


Il tuo apprendistato alla disciplina musicale è stato dunque precocissimo ed è avvenuto sotto lo sguardo attendo di tuo padre, che aveva escogitato un metodo pedagogico molto particolare: ce lo racconti?

Ho una vera passione per gli animali da cortile – galline, galli, oche, anatre, fagiani, colombe, ecc. –, che mio padre mi regalava come premio per aver vinto un concorso, o dopo l’esecuzione di un concerto, o dopo una sessione di studio, alla fine della quale correvo in giardino a giocare con tutti i miei pennuti, divertendomi moltissimo.


A soli quattro anni entri in Conservatorio (il “Cesare Pollini” di Padova, ndr)… in passeggino!

A tre anni ho vinto un concorso che, fra gli altri, annoverava in giuria il maestro Abbado: fu lui a consigliare la mia iscrizione in Conservatorio. Arrivai al “Pollini” di Padova – dove ho studiato per sette anni, prima di diplomarmi al “Benedetto Marcello” di Venezia – spinto in passeggino da mia madre. La bidella non immaginò nemmeno lontanamente che l’allievo potessi essere io, e rivolgendosi a mia madre disse: “Signora, la prossima volta che viene a lezione sarebbe meglio che lasciasse a casa suo figlio!”. Ovviamente divenni ben presto il beniamino di tutte le bidelle, che mi viziavano regalandomi dolci e caramelle.


Cosa significa per un ragazzo così giovane dedicare le proprie giornate allo studio rinunciando alle serate con gli amici, alle ore dedicate allo sport (penso ad esempio a quelle attività che possono rivelarsi un vero attentato alle tue mani), alle vacanze, ecc.?

Non ho mai condotto una vita da ragazzo della mia età: mi sono sempre dedicato allo studio del mio strumento e per me la vita normale è sempre stata questa. Non mi sento privato di niente e non avverto il desiderio di fare qualcosa di diverso da ciò che faccio.
Se dovessi proprio individuare una mancanza… Be’, ho una forte nostalgia per il gioco del calcio, che adoravo. Da bambino mi divertivo moltissimo con il pallone e lo farei ancora se non ci fosse il rischio di farmi male alle mani e di mettere a repentaglio la mia carriera. Inoltre sono spesso in viaggio e, di fatto, non riuscirei a dedicarmi come mi piacerebbe a questo sport. Forse questa è l’unica cosa che mi ha “tolto” il violino.


A quindici anni approdi a New York per studiare alla Manhattan School of Music con Pinchas Zukerman, maestro israeliano di origine polacca estremamente selettivo nello scegliere i suoi allievi: com’è stato l’impatto con la Grande Mela?

Davvero disastroso! Sono arrivato a New York di sera, molto tardi, verso mezzanotte. Pioveva a dirotto e, quando sono uscito dalla metropolitana, in un attimo mi sono ritrovato zuppo: io, la valigia e anche la custodia del violino che avevo in spalla. Quando sono entrato nel College l’ho trovato semi deserto… Tutto pareva essere stato organizzato per farmi vivere quell’esperienza nel peggiore dei modi possibili. I primi periodi sono stati tutt’altro che semplici, direi addirittura traumatici: a New York non conoscevo nessuno e dovevo arrangiarmi in tutto. La mia fortuna è stata l’aver scoperto un ristorante italiano, dove ho cominciato ad andare quasi ogni sera. Era frequentato soprattutto da persone che arrivavano da ogni parte del nostro Paese e che diventarono per me una sorta di seconda grande famiglia: ci si aiutava gli uni gli altri, si parlava dei propri problemi… È stata per me una vera e propria valvola di sfogo che ha spazzato via lo stato depressivo in cui ero piombato al mio arrivo in città.


Hai detto che per suonare, oltre alla tecnica, ci vuole anima e che per avere anima bisogna aver sofferto.

Attraverso l’interpretazione un musicista parla della propria vita, esprime i sentimenti che prova o che ha provato. La sofferenza è uno di questi. Soffrire porta a riflettere, a cercare nuovi punti di vista che possano suggerire le vie di uscita dal dolore. I momenti bui vissuti a New York mi hanno fornito molti spunti inediti non solo per quel che concerne la mia musica e la mia carriera ma anche per quel che riguarda la mia sfera privata. L’essermi confrontato con la solitudine e il continuare a sperimentarla ad esempio durante le impegnative sessioni che dedico allo studio mi ha cambiato moltissimo: quando non ho la possibilità di condividere le mie idee musicali con altre persone, mi trovo di conseguenza a mettermi continuamente in dubbio. Tutto questo ha una ripercussione positiva sulla mia crescita dal punto di vista musicale: mi trovo infatti a riflettere a fondo sui fraseggi, sull’interpretazione, su come rendere quel determinato passaggio di note... L’esperienza newyorkese mi ha anche molto aiutato, da un punto di vista più personale, a ragionare sulle scelte fatte e su quelle che mi trovo a fare. Per questo devo ringraziare tutte le persone che mi sono state vicine in quel periodo aiutandomi a superare i momenti peggiori, che tuttavia vedo come bagaglio utile che è andato ad aggiungersi alla mia esperienza di vita e di lavoro.


Cosa ti ha portato a decidere per la carriera di solista?

Quando suono in pubblico mi trasformo, anche come persona: me lo hanno detto in molti. Pur non avendo piena coscienza di questo cambiamento, tuttavia quando salgo sul palco di fatto mi sento diverso e avverto molto forte la spinta e il piacere di comunicare la mia idea musicale al pubblico. Ed è proprio il solismo a permettere tale metamorfosi. La musica e il violino mi consentono di avvicinarmi ai sentimenti delle persone ed è stato questo il motivo che mi ha spinto a intraprendere questa strada, anche se è un percorso tutt’altro che semplice. Se provo a immaginarmi tra dieci anni, mi piace vedermi ancora impegnato in concerti da solista, accompagnato da orchestre, pianisti...


A questo proposito, quale delle due occasioni ti piace di più: suonare accompagnato dall’orchestra o dal pianoforte?

Direi entrambe. Suonare accompagnato solo dal pianoforte crea un’atmosfera più intima non solo durante il concerto ma anche durante le prove, perché si riesce a dar vita a un vero e proprio dialogo con il pianista, a creare con lui una reale vicinanza. L’orchestra rappresenta senz’altro la grandiosità e tuttavia è composta da un insieme di persone più o meno sconosciute, con le quali si realizzano solo due o tre prove e quindi l’intimità che viene a crearsi è qualcosa di molto diverso.


L’Italia è un paese che offre buone opportunità per i giovani talenti o le migliori occasioni si trovano all’estero?

Penso che molti decidano di lasciare il nostro Paese non tanto per mancanza di strutture o di occasioni quanto piuttosto per una tendenza tipicamente italiana: siamo infatti eccessivamente esterofili e spesso esageriamo nell’apprezzare soprattutto quanto si è affermato fuori dall’Italia. Nel campus della Columbia University c’erano molti maestri italiani ed era opinione condivisa che la scuola e l’Università italiana fossero le migliori al mondo. Ma, in genere, l’italiano ha spesso la tendenza a subire il fascino di ciò che avviene altrove a scapito di quanto accade nel nostro Paese. Per questo credo che un giovane, prima o poi, sia spinto ad andare a cercare fortuna all’estero. Poi però si tende sempre a tornare in patria.


Hai già all’attivo circa quattrocento concerti in luoghi d’eccezione che vanno dalla Carnegie Hall di New York all’Arena di Verona, hai vinto decine di concorsi in ogni parte del mondo, registrato dischi... Come vivi il successo?

Il problema che in molti hanno nel suonare in pubblico può derivare dalla trasformazione che si subisce salendo sul palcoscenico perché entrano in gioco la paura di sbagliare, l’ansia di esibirsi davanti a una platea numerosa, ecc. Per superare questo tipo di angosce utilizzo l’esaltazione che mi viene data proprio dal successo finora ottenuto: davanti al pubblico mi carico, ho piena fiducia in me stesso e tutto ciò mi aiuta a dare il massimo. Ma quando scendo dal palcoscenico torno a essere decisamente critico nei miei confronti: solo in questo modo possono esserci crescita e miglioramento. Nel momento in cui suono sul palco mi credo il miglior violinista al mondo ma quando torno alla dimensione che riguarda lo studio rimetto tutto in gioco e cerco sempre di migliorarmi.


Giorgio Armani ha deciso che indosserai i suoi abiti in tutti i concerti e negli eventi che ti vedranno protagonista, hai realizzato un servizio fotografico per “Vogue Uomo”: che rapporto hai con il mondo della moda?

Nel momento storico in cui viviamo, il solista di qualsiasi genere musicale diventa quasi un attore quando si trova davanti al pubblico. Non si deve assolutamente sottovalutare l’importanza dell’essere “personaggio” perché è una dimensione che va a innescare tutta una serie di meccanismi e di occasioni che vanno oltre la musica ma che possono aiutare la sua divulgazione. Penso in particolar modo alla musica classica, alla quale soprattutto i più giovani si avvicinano con molta reticenza, o non lo fanno affatto. La moda per un italiano è fondamentale e i servizi fotografici a cui molti musicisti partecipano – me compreso – possono servire da richiamo rispetto alle nuove generazioni. Dal mio punto di vista è ben accetto tutto ciò che aiuta la divulgazione del repertorio classico. Durante i miei concerti – a differenza di alcune persone che se ne lamentano – mi piace sentire gli applausi che spesso scrosciano anche alla fine di ogni aria eseguita, manifestazioni di entusiasmo che testimoniano la massima vicinanza del pubblico alla musica.


Il tuo profilo Instagram è seguito da ben seimila persone: che idea hai del mondo social e che ruolo gioca nella tua carriera?

Penso sia molto importante: un modo per far entrare nella mia vita musicale altre persone e per far loro conoscere anche la mia quotidianità.


Se non avessi deciso di dedicarti alla musica, cosa avresti voluto fare… da grande?

Mi sarebbe piaciuto entrare in politica. Nutro un grandissimo amore per l’Italia e mi dispiace che sia spesso denigrata all’estero; poi magari non riuscirei a cambiare davvero lo stato le cose ma l’idea di potermi impegnare per migliorare la situazione del mio Paese è qualcosa che mi affascina molto.


Quali progetti hai in cantiere per il futuro?

Uno su tutti: il mio debutto al Teatro La Fenice di Venezia che avverrà nel 2018, a luglio. Si tratta di un obiettivo che mi ero posto da piccolo: andavo spessissimo ad assistere alle rappresentazioni del Teatro veneziano, che per me era diventato una sorta di mito. L’esser stato chiamato a suonare su quel palcoscenico è un grandissimo risultato, ed è il concerto della prossima stagione che attendo con maggior trepidazione!

intervista a cura di Ilaria Pellanda


Foto © Julian Hargreaves