Intervista a Francesco Fiore
Giovedì 31 maggio alle ore 21.10 va in onda su Classica HD il documentario dedicato al progetto della Fondazione Pirelli, che ha ospitato Salvatore Accardo e l'Orchestra da Camera italiana nell'esecuzione di un brano composto da Francesco Fiore su sua commissione, in un programma da concerto dedicato ai lavoratori dello stabilimento di Settimo Torinese.

Abbiamo incontrato il compositore, già prima viola dell'Orchestra da Camera italiana, che ci ha parlato della sua composizione, chiamata, appunto, Il canto della fabbrica, espressione in musica della realtà del Polo Industriale di Settimo Torinese, ed emblema dell'esperienza del progetto della Fondazione Pirelli con Salvatore Accardo e l'Orchestra da Camera Italiana. Ne abbiamo approfittato per chiacchierare sul rapporto tra musica e industria nella storia, e molto altro ancora...

Maestro Fiore, in che modo la sua composizione trae ispirazione dalla realtà industriale di Settimo Torinese?

L’idea è nata da una sinergia di proposte coordinate dal Dottor Antonio Calabrò, il direttore della Fondazione Pirelli,  che potessero valorizzare in qualche modo la costruzione di Renzo Piano, che ospita oggi il Polo industriale di Settimo Torinese. Siccome la Pirelli è da sempre molto vicina a Salvatore Accardo, essendo l’Orchestra da Camera Italiana sponsorizzata dalla Fondazione Pirelli, ed essendo Renzo Piano un amico personale del maestro Accardo, si è arrivati alla decisione che questo lavoro andasse fatto dall’Orchestra da Camera Italiana.
Abbiamo innanzitutto effettuato un sopralluogo al Polo industriale di Settimo Torinese insieme al dottor Calabrò, Salvatore Accardo e Laura Gorna, il primo violino dell’Orchestra da Camera italiana nonché moglie del Maestro.  Tale visita è stata illuminante, perché,  confesso , all’inizio ero un po’ dubbioso, come del resto lo sono sempre stato riguardo agli esperimenti che cercano di legare la musica alla produzione industriale. Conosciamo bene esperienze che hanno avuto esiti notevolissimi da parte di giganti della musica del Novecento, però mi sembrava appartenessero a una tematica un po’ passata, trattata in maniera o troppo celebrativa, o legata a stilemi tipici del futurismo, connotata da un linguaggio onomatopeico, ecc. Dunque ero molto in difficoltà rispetto alla maniera in cui trattare il tema. Forse proprio per la verginità d’impatto che ho avuto, ovvero il mio iniziale interfacciarmi a questa realtà senza alcuna idea precisa in testa, ha fatto sì che provassi sensazioni più forti e più veritiere.

E quali sono state le prime impressioni che ha avuto da quel luogo?

Ho avuto l’impressione che fosse tutto molto silenzioso, il processo industriale avviene in luoghi misteriosi, come ad esempio nel sottosuolo, e il tutto è coordinato da una tecnologia di robot e di computer che trattano la materia bruta, ovvero questa mescola con cui si generano  gli pneumatici della Pirelli.
Ho iniziato a sviluppare l’idea del pezzo, cosicché non fosse un’esemplificazione didascalica della realtà della fabbrica, ma che fosse una riflessione più “filosofica” su cosa significhi partire da un materiale grezzo molto semplice, e attraverso trasformazioni farne qualcosa di utile anche ad un progresso umano. Naturalmente questo intervento sui materiali primigeni è un elemento fondamentale della composizione, perlomeno per  quella più ancorata ai valori tradizionali, quella che mi interessa maggiormente, pur non rinnegando tutte le esperienze e l’evoluzione del linguaggio che è stato fatto negli anni.
All’origine del pezzo è presente una serie di quattro note (MI - DO - SOL - DO diesis), che piano piano si sviluppa nel corso del brano, una composizione senza soluzione di continuità che dura una ventina di minuti, elaborato con artifici contrappuntistici tradizionali. Ad esempio, al centro del pezzo ho posto una fuga abbastanza ampia. L’idea che mi si è rivelata durante il corso della composizione  è stata il fatto che il violino avesse la funzione di rappresentare il pensiero umano, che, interagendo col materiale primigenio, ne traesse qualcosa di più elaborato..

E’ come se il violino rappresentasse la razionalità dunque?

Anche, ma non solo. Anche il genio, la creatività, la passionalità, la volontà, l’inventiva.
Ho sempre avuto ben presente il violino per com’è concepito dal Maestro Salvatore Accardo, ovvero non solo come strumento da concerto, ma strumento per un processo di crescita spirituale sia individuale, sia collettiva.

Il rapporto tra le arti (e in particolare la musica) e l’industria è ormai di vecchia data. Mi viene in mente Šostakovič con la seconda sinfonia, ma anche la letteratura, le arti figurative, ecc.
L’aspetto della realtà industriale che la cultura ha carpito e valorizzato maggiormente è l’elemento di alienazione del singolo lavoratore nel processo produttivo, ma anche il conflitto che nasce dalla subalternità tra lavoratore e padrone. Dall’altra parte sorge invece quella letteratura che esalta questa realtà come fonte di progresso e innovazione, è il caso del positivismo o anche del futurismo italiano. Queste due matrici che hanno contraddistinto questa letteratura nella storia contemporanea si ritrovano nella sua composizione o almeno nell’intenzione compositiva?

Ho ritenuto che questi fattori, assolutamente determinanti per comprendere questa letteratura, fossero entrati ormai a far parte della coscienza comune. Credo tuttavia che l’aspetto conflittuale sia presente nel brano, e, nel finale, questa tensione si scioglie in una speranza, che tutto questo nel futuro possa tradursi in qualcosa di sostenibile e fattivo per il progresso dell’uomo, di tutta l’umanità, e non soltanto di un’élite. Probabilmente potremmo dire che il brano abbia un finale positivo. Potremmo anche dire che è stata ispirazione di questa “speranza” l’edificio stesso progettato da Renzo Piano, che ha cercato di integrare l’edificio precedente e creare un ambiente comunque più piacevole per i lavoratori, che fosse molto in armonia con la natura circostante. Mi pare che tenga conto di certi bisogni di benessere da parte delle persone che ci lavorano.

L’Orchestra da Camera Italiana: com’è nata? Quali obiettivi si pone?

L’orchestra è nata nel 1996. Il maestro Accardo ebbe una grande intuizione, ovvero  riunire in una sola formazione i docenti dei corsi di perfezionamento degli strumenti ad arco dell’Accademia Stauffer di Cremona:  Franco Petracchi, Rocco Filippini, lo stesso Accardo e Bruno Giuranna insieme ai loro allievi migliori.
Le scuole da cui proveniamo hanno un sentire comune rispetto alla tradizione musicale italiana, così come un attaccamento a un certo repertorio. Si tratta di un’esperienza non solo professionale, ma anche didattica e artistica, che ha come fine la crescita, lo sviluppo umano attraverso la musica, ancorati alla tradizione musicale italiana.

Durante il concerto, qual è stato il feedback dei lavoratori che hanno assistito all’esecuzione?

Mi è sembrato che ci fosse una reazione di grande partecipazione e grande entusiasmo da parte del pubblico, è emerso un senso di appartenenza e di orgoglio di una classe di lavoratori che si sentivano rappresentati in quel momento. Ho colto una grandissima partecipazione emotiva da parte dei lavoratori.
La mia composizione, va detto, sorgeva in mezzo composizioni di giganti della musica. Devo ammettere che il mio comporre è molto ancorato alla tradizione musicale. Il brano proposto è scritto in un linguaggio tutto sommato classico, dunque il programma, potremmo dire, si è rivelato essere piuttosto omogeneo.
La soddisfazione più grande è stata avvertire che il pubblico composto dai lavoratori di Settimo abbia compreso e apprezzato che quella musica li rappresentava, che tutto ciò stava accadendo per loro, e che loro erano i protagonisti di tutto quel che stava accadendo.