In attesa de "I due Foscari" di Giuseppe Verdi dal Teatro alla Scala, in onda su Classica HD stasera dalle 21.15
A poche ore dalla differita de “I due Foscari”, in onda giovedì 25 febbraio alle ore 20.15 su Classica HD, abbiamo intervistato Ugo Martelli, che introdurrà l'opera insieme a Silvia Corbetta e che ci ha parlato del ruolo di Venezia nel capolavoro verdiano e nell' allestimento di Alvis Hermanis. 


Si può parlare di un vero e proprio ruolo drammaturgico della città di Venezia ne “I due Foscari”?

Verdi teneva molto al fatto, nel momento in cui si accingeva a comporre “I due Foscari”, che Venezia fosse protagonista di una sua opera. E ci riesce con questo dramma, su libretto di Piave, ispirato a “I due Foscari” di Lord Byron dove, per altro, la presenza di Venezia è importante ma forse non determinante rispetto al complotto e al contrasto tra nemici politici in seno alla Repubblica di Venezia. Nell’opera di Verdi e nel libretto di Piave, invece, (questo fu uno dei primi libretti su cui Verdi intervenne in modo pesante e ossessivo nei confronti del librettista, per avere un prodotto rispondente alle sue necessità musicali), Venezia risulta essere una vera protagonista dell’opera, come se fosse un altro personaggio, e uno dei più rilevanti. Il punto chiave che spiega ciò è il fatto che la conferma della condanna all’esilio di Jacopo Foscari, il figlio del Doge accusato forse ingiustamente, si basa su una sua compromettente lettera agli Sforza. Jacopo dichiara che quella lettera l’ha scritta solamente per vedere Venezia, per tornare almeno un momento a rivedere la sua città. Venezia insomma, che è l’ambientazione di tutta l’opera, ne è anche un fondamentale motore narrativo. Si parla infatti del Doge, del Consiglio dei Dieci e di grandi istituzioni veneziane. Il ritorno dall’esilio prima della seconda, fatale partenza di Jacopo a Venezia, diventa il motore di tutta l’opera. La città è una presenza costante, e non si tratta certo di una Venezia solare, luminosa, dorata, festosa: è una Venezia cupa, perché cupo è il dramma dei tre personaggi protagonisti (il doge, il figlio e la di lui moglie). Verdi stesso lamentava il fatto che l’opera avesse una tinta monocorde; e questa tinta cupa, oscura, è in effetti piuttosto predominante, tranne che in un unico e un po’ incongruo momento di festeggiamento, quasi carnevalesco: si tratta della regata finale. Jacopo si accinge a partire definitivamente per l’esilio; la moglie e il padre sono straziati dal dolore, ma nel frattempo la musica sottolinea lo svolgersi di questa sorta di carnevale. Siamo qui nell’ambito della rappresentazione più tipica di Venezia.
 

La regia di Alvis Hermanis sottolinea o ignora questo aspetto dell’opera? In che modo?

Alvis Hermanis, importante regista che viene dal teatro di prosa e che ha dato grandi prove di sé, predilige una regia lineare, piuttosto leggibile e semplice, non sovraccarica di simboli, in cui la presenza di Venezia è sfumata in una sorta di astrattismo. Quella di Hermanis non è una regia oleografica, in cui la rappresentazione di Venezia sembri “da cartolina”; anche se la città risulta comunque essere molto presente. Ciò avviene anche grazie ai costumi, splendidi, che si rifanno ad una precisa iconografia pittorica e soprattutto alle raffigurazioni di quadri famosi di vedute veneziane che costellano la scena. I quadri utilizzati vengono dalla grande tradizione pittorica di Venezia, tradizione molto attenta al colore, alle sfumature: si tratta quindi di un vero e proprio omaggio a Venezia e alla sua pittura, alla sua iconografia. Clamoroso anche il fatto che, ad un certo punto, è presente il famoso quadro di Hayez che riproduce il soggetto dell’opera. Nell’800 il melodramma era tanto popolare e famoso da influenzare addirittura l’arte pittorica: i pittori che volevano avere successo si ispiravano a soggetti che avevano avuto successo a teatro, nel mondo del melodramma. In una scena di questa produzione de “I due Foscari”, il quadro di Hayez, riprodotto sul fondo della scena, è doppiato dai cantanti che ne rifanno esattamente le movenze e la posizione, come una specie di tableau vivant.

Photo credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala