Intervista a Silvia Colasanti
Silvia Colasanti, autrice di ‘Sentieri di Sangue’, che abbiamo trasmesso per la prima volta quasi dieci anni fa e in onda martedì 20 gennaio alle 22.45 su Classica HD, è una compositrice tra le più acclamate del panorama italiano.
In occasione della messa in onda di stasera abbiamo deciso di intervistarla.
 
  • Silvia, sono passati dieci anni dalla composizione che trasmettiamo stasera. In questo periodo ti sei confrontata con molte forme diverse.
Puoi raccontarci che tipo di esperienze compositive hai avuto in lasso di tempo?
 
In questi dieci anni il grosso passo avanti è sicuramente stata la realizzazione di lavori per il teatro: il primo, Metamorfosi, scritto per il Maggio musicale fiorentino nel 2012, e un altro in via di realizzazione. Devo dire che elementi teatrali erano sempre stati presenti fin da prima nelle mie composizioni, anche in quella che Classica HD trasmetterà. Confrontarmi col teatro per me è stata un’esperienza bellissima e fondamentale, perché  in esso si ha una relazione perpetua con la drammaturgia vera e propria: nel teatro d’opera la musica deve entrare necessariamente nel significato emotivo di quel preciso momento drammaturgico, e la drammaturgia deve rispecchiarsi nella musica. Il teatro musicale quindi è stata la vera novità di questi 10 anni, anche per quanto riguarda lavori apparentemente meno teatrali come il Requiem, realizzato lo scorso anno per il Festival di Spoleto, commissionatomi per la rimembranza delle vittime del terremoto che ha colpito il centro Italia e Spoleto stessa. Si tratta di un oratorio, ma ho deciso di interpolare il testo in latino con uno in italiano richiesto appositamente alla poetessa Mariangela Gualtieri. Ciò ha fatto sì che si creassero dei personaggi, generando una vera e propria drammaturgia, e facendo sì che si venisse a creare una dialettica molto interessante rispetto all’impianto canonico del requiem, il quale è stato contaminato da una visione della morte più dubitante e più laica.
 
  • Tocchiamo un argomento essenziale rispetto al pubblico della musica d’avanguardia: tu che relazione hai con esso? Lo trovi preparato alla fruizione della musica contemporanea?
 
Quando scrivo penso sempre al pubblico, mi confronto sempre con chi mi sta ad ascoltare. Esso è parte dell’opera, perché l’arte nasce per essere fruita. A volte l’arte contemporanea si è dimenticata di questo, diventando talvolta autoreferenziale. L’idea di non-dualità tra opera e pubblico mi guida nello scrivere musica e mi stimola a parlare con chiarezza a chi mi ascolterà, il che non significa assolutamente sminuire il senso del proprio messaggio. Questo aiuta molto, soprattutto in un momento storico in cui il linguaggio è così denso come oggigiorno. Noi abbiamo accumulato tanto passato, e il nostro linguaggio è frutto di una stratificazione continua. In questa complessità semantica, che rispecchia quella umana, bisogna sapersi muovere e bisogna dunque anche essere in grado di raccontarla, senza dimenticarsi chi si ha di fronte. Detto questo, credo sia essenziale una forma di educazione alla fruizione. È una verità che in altri paesi europei come la Germania il pubblico sia meno restìo alla musica d’avanguardia, perché in quei paesi si ha un’educazione musicale più profonda rispetto ad altri. Il pubblico andrebbe maggiormente educato all’arte, soprattutto in Italia, paese stracolmo di bellezze artistiche, anche per una maggiore autocoscienza storica.
 
  • Silvia, cosa significa essere un compositore nel 2018?
 
Credo che essere artisti nel 2018 sia una grande fortuna poiché la creatività è un bene non vendibile né riproducibile. Per chi è creativo ci sarà sempre lavoro: poiché vedo che la tecnologia si è potuta sostituire all’uomo in tanti lavori, ecco che la creatività, al contrario, ci rende insostituibili. L’uomo nella genesi artistica rimarrà unico poiché detiene qualcosa che la macchina non possiede: l’imprevedibilità.
 
  • Ieri ha avuto luogo la prima di un tuo lavoro ad Amsterdam, vuoi raccontarci com’è andata?
 
Gli amici del Quartetto di Cremona mi hanno chiesto di scrivere una composizione che avrebbero potuto eseguire in tale sede e purtroppo ieri non sono potuta essere presente alla loro esecuzione, sicuramente straordinaria. Partendo dal presupposto che la sede in cui ha avuto luogo è per veri intenditori, ovvero la Biennale del Quartetto di Amsterdam, specificamente dedicata all’esecuzione di composizioni per questo organico (che storicamente è tra i più “colti”), reputo interessante che un ascoltatore che fruisce un quartetto di Schubert o di Zemlinsky possa essere incuriosito  anche da lavori di compositori vivi ed in attività. Secondo me si ha bisogno del presente, anche per vedere sotto una nuova luce il passato. E’ bello e intelligente assortire i programmi con musiche di epoche differenti.
 
  • Cosa vuoi dire ai giovani compositori e a tutti coloro che sperano di intraprendere una carriera nell’ambito della composizione di musica d’arte?
 
E’ molto appagante avere intorno dei ragazzi che hanno necessità di essere a contatto professionale con la musica d’arte, per un’esigenza anzitutto spirituale, psichica e di espressione di sé. Sarà una delle poche professioni che rimarranno e avranno un futuro fecondo, a detta mia. Le persone non smetteranno mai di cercare emozioni.
 
  • Nell’atto compositivo, avverti il peso del passato (soprattutto quando ti rapporti  a forme “storiche” come il quartetto o il requiem) oppure no?
 
Avverto il peso del passato perché sono una persona responsabile e considero che ci abbia regalato delle cose meravigliose . Pensa, quando ho dovuto affrontare la scrittura di un requiem sono stata un mese immobile, proprio per il timore che avevo. Ma pian piano con gli anni ho imparato a liberarmi dall’ “obbligo della novità”. Ci sono stati anni (ma in fondo parlo della storia tutta) in cui si doveva sempre scrivere qualcosa di nuovo. L’arte non è stata fatta sempre con le rivoluzioni. Oggi che il passato è così ricco, l’obbligo di dover trovare qualcosa di nuovo è molto effimera, poiché ciò che fai di nuovo diventa subito vecchio. Dunque ho compreso che si trattasse di un falso problema. Ho cercato dunque di far convivere il passato con il presente, quindi quando a volte trovo in quel che scrivo degli echi di memoria, li considero caratteristici dell’oggi: avere una memoria ricchissima, che coincide quasi con la nostra identità, che a volte emerge e si palesa, e bisogna saperci convivere.