La forza del destino - Intervista a Stefano Poda
Sabato 12 maggio alle 21.10 va in onda su Classica HD La forza del destino, opera di Giuseppe Verdi del 1862, nella versione che vede Gianluigi Gelmetti dirigere Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma, e la regia di Stefano Poda, con Ziyan Afteh, Dimitra Theodossiou, Vladimir Stoyanov e Aquiles Machado
Abbiamo fatto due chiacchiere col regista, per saperne di più sul tipo di ambientazione in cui si è deciso di svolgere la vicenda, la visione estetica alla base di questa messa in scena, l'interazione tra componente musicale e componente scenica e molto altro ancora.

Stefano,ti domando quali siano state le linee-guida della tua regia: hai avuto un approccio più realista o astratto? Più storicizzato o atemporale? Che tipo di parere hai verso l’attualizzazione delle opere?

Quando si affrontano i caratteri di personaggi così intensi, il rischio maggiore è quello di incarcerare tali aneliti nel tempo e nello spazio, cercando di mostrare al pubblico che quelle complessità morali e quelle relazioni psicologiche sono ancor oggi attuali. Eterni, gli sforzi dei quattro protagonisti de La forza del destino non meritano pastoie: quello che spero resti di quella inaugurazione della Stagione 2011 del Teatro Regio di Parma e poi del Festival Verdi 2014, sia una dimensione evocativa, tendente all'universale e non al particolare, ricorrente al linguaggio dell'onirico più che al concreto, dove i personaggi non vivano solamente le loro passioni, ma piuttosto si rivedano come in uno specchio del tempo. Più che spiegazioni narrative, al pubblico veniva offerta la prospettiva di un dramma senza tempo e senza contorni prestabiliti. Le scene coincidevano con un ambiente simile ad una stanza dei ricordi, e i costumi non erano altro che le crisalidi corrose e belle di aneliti nobili e deperiti.
Oggi la cultura è ammalata di iperrealismo. Strano, dopo le avanguardie del primo Novecento che promettevano ben altra prospettiva. Oggigiorno siamo un po' inebriati dall’attualità, forse perché afferrati ad un progresso travolgente. E così, la prima preoccupazione di chi si trova a mettere in scena un'opera sembra essere diventata quella di riaffermare la sua attualità: quel che invece mi motiva maggiormente è creare immagini in cui lo spettatore non riconosca semplicemente una vicenda attualizzata, come tante ne può ritrovare accendendo un televisore, ma tanti simboli e stimoli a vivere tramite la musica la storia della propria vita. Sul palcoscenico mi muove non il pensiero razionale nei confronti di regia o scenografia, ma l'istinto verso sogni di una patria perduta. Preferisco materializzare visioni, non dogmi. Più che la poliedricità della narrazione, della quale il cinema ci ha già ubriacato a sufficienza, penso che l'opera riesca meglio ad offrirci il mistero della narrazione: il raccontare e il capire senza i mezzi della vita sveglia, senza le necessità della descrizione. L'opera non è parlata, è cantata: porta oltre. La musica parla di tutto senza nominare nulla: io mi rifiuto di sprecare quest'opportunità del teatro musicale, di votare un palcoscenico intero alla tautologia. Questa, se vogliamo, può essere definita la mia principale linea-guida.

Hai dichiarato “Tutti i personaggi, in quest’opera, cercano qualcosa, ma tutti lo fanno vanamente.” In che senso? In che modo hai deciso di restituire questa vana ricerca con le tue scelte di regia?

L’elemento più caratterizzante di quest’opera verdiana è sicuramente la sua dimensione tragica. Diversamente da altri titoli verdiani, tragico non solo nel senso romantico o shakespeariano, ma soprattutto nella concezione antica del termine: La forza del destino è intrisa di quel senso greco-arcaico di dramma universale e catartico dove il peso della Necessità rende vani gli sforzi dei personaggi, i quali sono condannati al dolore indipendentemente dalle loro scelte. Tuttavia, il discriminante è il gesto etico della lotta, della fierezza umana ed umanistica, che conduce alla comprensione e alla purificazione dalle passioni. L'anima antica di questo dramma si incarna poi (consapevolmente o meno) in un corpo vivido e efficacissimo che è uno scenario-affresco squisitamente ottocentesco: è proprio per questo che i quattro protagonisti appaiono come spiriti antichi inseriti in un contesto che non sa comprenderli e ubicarli. Sono anime nate all'infuori del loro tempo, in perenne contrasto con la realtà, destinate (forse) all'estinzione ma finalmente alla pace: e i loro aneliti grandiosi ed eterni risaltano ancor più grazie al contrasto coi grandi quadri corali di gente piccola e appagata. Carlo e Alvaro lottano in un ambiente popolato di borghesi e vivandiere che trovano di che godere anche nella guerra, mentre Leonora scoprirà la catarsi solo perché avrà trovato un Padre Guardiano in un mondo di Melitoni. Del resto, per me regia significa però soprattutto ricostruzione o ricerca di un mondo parallelo e spirituale. In questo caso il mondo che avevo ricostruito aveva un segno particolare, ed era la materia. La materia mi riconduce all'organico, alla vita, alle radici dell'esistenza. All'evoluzione, anche, al deperimento, alla corruttibilità: in ogni melodramma si parla di morte, ma in realtà la vera protagonista è la vanitas, che consuma gli aneliti umani; la materia dunque non come simbolo, cioè qualcosa che nasconde un'interpretazione arricchente, ma come essenza della messa in scena: un rito, certamente, il rito della vita, arcano e inafferrabile. Se venisse compreso dai personaggi, non vi sarebbe più necessità di azione; dopo lotte e passioni scandite dal Tempo e dal Destino, quel che rimane è la purificazione, il ricongiungimento con la terra, la corrosione: ma tutt'attorno, fin dalla prima nota, erano già ben visibili gli effetti di mille catarsi passate...

Che significato ha per te l’opera lirica come forma d’arte?

L’opera dovrebbe essere per definizione il genere che fa parlare tra loro tutte le arti. Dovrebbe essere un esteso e dinamico laboratorio di arte totale, una festa della libertà spirituale e dello sfondamento interdisciplinare. Io credevo dovesse essere solo così, invece mi rendo conto che non è poi tanto ovvio. Prima era teatro cantato ed ora vuole essere cinema cantato o qualcosa del genere. Ma l'opera non è solo teatro e soprattutto non è cinema. L’opera è un congiunto unico di tutte le forme d’arte (musica, letteratura, filosofia, arti visuali e plastiche, coreografia, luce), unito ad un substrato storico-culturale che la mantiene solida nel tempo: è qualcosa di estremamente complesso e semplice allo stesso tempo, in definitiva qualcosa che lo spettatore non può trovare nella vita quotidiana. È una sorta di miracolo spirituale, quasi un sogno bello o inquietante, ma comunque lontano dalla nostra vita quotidiana, eppure così familiare. Al posto di spaventarci di questa lontananza, riportandola e ribassandola ai nostri limiti ed al linguaggio razionale, dovremmo trovare il modo di viverla pienamente e valorizzarla, esaltandone così le potenzialità infinite. L'opera dovrebbe aiutarci a sciogliere le catene del corpo ed a scoprire una dimensione altra, più vera e più sicura di questa in cui viviamo. 

Sappiamo che quest’opera abbia una reputazione un po’ particolare: pare che dove si decida di metterla in scena, accada sempre qualcosa di spiacevole, dagli inconvenienti logistici alle calamità naturali che colpiscono i luoghi dove sta per andare in scena (fu il caso del terremoto di Tokyo nel 2011, durante il periodo in cui il Maggio Musicale Fiorentino stava preparando la prima al teatro Bunka Kaikan). Tu sei scaramantico? C’era qualcuno nella produzione che credeva alla nomea di quest’opera?

Ho lavorato e vissuto in troppi paesi e in troppe latitudini per far caso a titoli e colori scaramantici, che per altro variano assai e a volte sono inaspettati. Questo titolo, con questa musica meravigliosa, l’ho fatto e rifatto varie volte: ogni volta si sono date compagnie ed esperienze stupende che mi hanno permesso di andare ogni volta oltre e scoprire qualcosa di più grande e più vasto. Forse si tratterà appunto di una forma di superstizione ormai troppo lontana dalla nostra visione laica e purtroppo disumanizzata. Forse anche questa, oggi, non credendoci più, ha perduto la sua mala. 

I tuoi prossimi impegni? Qual è l’opera a cui vorresti lavorare maggiormente?

Tra gli altri: Romeo et Juliette al NCPA di PechinoAriane et Barbe Bleue al Théâtre du Capitole di Tolosa. L'opera a cui vorrei lavorare maggiormente? È sempre l'ultima a cui sto lavorando, quando le prove stanno per finire e il tempo non basta mai. L'ultima sempre diventa una specie di Sorgenkind, il figlio pestifero che suscita preoccupazioni…