Intervista ad Andrea Rebaudengo
Venerdì 2 marzo alle 22 va in onda la puntata di Contrappunti che vede come protagonista il pianista Andrea Rebaudengo, grande sostenitore della musica contemporanea e acclamato interprete di questo repertorio. Abbiamo fatto due chiacchiere con Andrea, gli abbiamo chiesto dei suoi progetti presenti e futuri.

L’1  marzo hai tenuto un concerto al ridotto del Teatro Grande di Brescia. Eseguirai Stanze di Mauro Montalbetti e Miroirs di Maurice Ravel . Che nesso c’è tra queste due composizioni?

L’idea è quella di far dialogare questi bellissimi pezzi di Ravel con la musica di oggi. Ho valutato dunque di accostarli alle musiche di un compositore le cui musiche possiedono delle caratteristiche  che si sposano ottimamente con le sonorità del compositore francese. Credo che questa interazione avvenga molto bene se l’esecuzione di un pezzo di Montalbetti  si alterna all’esecuzione di uno di Ravel. E’un concerto unico però, senza interruzioni. Può essere un buon esempio di ciò che dovrebbe accadere oggi, ovvero far dialogare la musica appartenente al nostro passato (i pezzi di Ravel sono del 1905) con la musica scritta nel nostro tempo.

Quali sono i criteri con cui costruisci i tuoi programmi da concerto?

Mi muovo più a mio agio nella musica degli ultimi cento anni, quindi mi piace sia costruire dei percorsi a volte biografici, monografici o tematici, sia costruire programmi più a sensazione. In generale amo accostare musica scritta prima del secolo scorso con musica composta da qualche decennio fa in poi. Nella dimensione cameristica ho la grande fortuna di collaborare con musicisti che stimo molto e che a loro volta hanno idee e repertori diversi, quindi ci piace molto confrontarci. Per esempio, con l’Altus Trio, di cui faccio parte, abbiamo fatto un concerto in cui accostavamo la musica di Alfredo Casella alla musica di Ludwig Van Beethoven, e credo abbia funzionato piuttosto bene.

Quali credi siano i motivi che ti portano ad essere più affine al repertorio contemporaneo?

Lo sento più vicino a me dal punto di vista di ciò che richiede al musicista. Ad esempio, negli ultimi cento anni si è lavorato tanto sull’elemento ritmico, che è un elemento che io amo molto e sul quale credo di essere un musicista interessante. Quindi preferisco questa musica, volendo suonare il repertorio in cui posso dare il meglio di me. Penso che una buona regola sia: non inseguire musica che ti piace in cui non sei del tutto a tuo agio”. Oltre a questo, la sento vicina a me anche in un senso meno specificatamente musicale: sono un appassionato di storia e di arte contemporanea, e quindi avverto questa musica un po’ come il mio mondo sonoro. Se io aprissi le orecchie e dovessi scegliere una musica che si accompagna alla mia giornata è molto più facile che mi venga di sceglierne una di Béla  Bartók o di Igor Stravinsky o di Gyorgy Ligeti rispetto a musica del passato, anche se è meravigliosa, dalla quale avverto una distanza temporale.

Quale ti sembra essere la reazione immediata che avverti dal pubblico rispetto alla musica degli ultimi 100 anni?

Difficile dare una risposta univoca. Dipende dal pubblico ovviamente. C’è un pubblico preparato, e per preparato intendo curioso e aperto alla novità, pronto a conoscere anche qualcosa che, appunto, non riconosce. Nella musica come quella di Beethoven o di Mozart c’è la possibilità della riconoscibilità, che anche io avverto quando ascolto una canzone che ho già sentito e che fornisce a chi ascolta una certa gratificazione. Percepisco se durante un concerto c’è un’attenzione particolare e una certa voglia di accompagnarmi nella scoperta di questa musica nuova. Bisogna essere sinceri, questo non accade sempre, a volte in concerto senti la distanza e allora capisci ciò che abbiamo fatto da vent’anni a questa parte con il mio ensemble di musica contemporanea, Sentieri Selvaggi: abbiamo formato un pubblico, che all’inizio era molto rarefatto e timoroso, adesso dobbiamo mandare via le persone perché è già tutto strapieno. Mi viene da dire che il pubblico si fidi di noi e delle nostre scelte e ci ringrazia. Credo sia compito degli operatori musicali, e parlo dei direttori artistici e quant’altro che si occupano del mondo musicale, di cercare di portare il pubblico ad ascoltare musica meno nota, perché poi lo stesso pubblico sarà felice di questo. Dopo lo sforzo iniziale, il vantaggio sarà di tutti.

Si crea possibilità di creare riconoscibilità eseguendo, dunque.

Certo. Se si riesce a portare brani meritevoli dentro il repertorio, il gioco è fatto. Va anche detto che la musica contemporanea non è meritevole solo per il fatto di essere contemporanea. La storia fa sempre le sue scelte. Spesso nette e molto severe. Anche in passato, di Beethoven ce n’era uno, ma aveva un’enormità di contemporanei che la storia non ha salvato. L’altra difficoltà dell’esecutore sta nel selezionare il repertorio in maniera oculata: spesso le scelte che si fanno in un primo momento non risultano efficaci per il pubblico. Spesso invece accade la sorpresa inaspettata, e la cosa rende l’esecuzione ancor più emozionante. In questo senso musicisti e fruitori fungono da cavie rispetto a pezzi mai eseguiti prima, ed è giusto ed appassionante che sia così.

Parliamo del concerto che si terrà il 21 marzo a Lucerna, insieme a Riccardo Chailly e la Filarmonica della Scala. Eseguirete Petrushka di Stravinsky, già eseguita nei mesi scorsi anche a Parigi e Vienna. Vuoi parlarci di questa esperienza?

Mi piace molto dividere la mia vita musicale tra la dimensione solistica, quella cameristica e quella del pianista in orchestra, soprattutto in brani come Petrushka in cui la parte pianistica è fondamentale e di grande responsabilità. E farlo in sedi così prestigiose e con un’orchestra e un direttore di così alto livello è ancor più emozionante. Si tratta di un brano che io amo follemente, una composizione-cardine che ha aperto molte strade per la musica di oggi. Ci sono tutte delle caratteristiche del suonare in orchestra che sono diverse dal suonare  da solisti.

Una ulteriore dimensione esecutiva è sicuramente quella dell’ensemble. Conosciamo ormai bene la tua esperienza in Sentieri Selvaggi . In cosa consiste suonare in ensemble?

Per me l’esperienza di Sentieri Selvaggi è stata l’occasione di crescita perché l’ho intrapresa venti anni fa, ed ero un ragazzino. Loro hanno avuto fiducia in me e dunque sono cresciuto con loro. È sempre bello suonare in questa famiglia musicale assieme alla quale faccio esperienze sonore sempre molto significative. Il pianista in ensemble è un po’ a metà strada tra il pianista da camera, in cui ci vuole un orecchio apertissimo rispetto al proprio suono e a quello dei propri colleghi nel tentativo di formarne uno unico, e il pianista in orchestra, in cui si necessita d’altro canto di una particolare attenzione al gesto del direttore e all’elemento ritmico. Nelle musiche che suoniamo con Sentieri Selvaggi il pianoforte spesso e volentieri rappresenta l’elemento ritmico, e Carlo Boccadoro, direttore artistico e musicale dell’ensemble e grande conoscitore, oltre alla musica classica, della musica moderna come il jazz e il rock, su questo fa grande affidamento.

Se in questo periodo tu dovessi istintivamente riconoscerti in una composizione, quale sceglieresti?

In questo periodo direi Miroirs di Ravel, la composizione che ho suonato a Brescia l’1 marzo. Così ricco di colori, così carico di voglia di comunicare, eppur così astratto e mai dedito all’ammiccamento e alla faciloneria espressiva.