Intervista a Enrico Pace
Enrico Pace e Leonidas Kavakos: un duo di qualità davvero eccezionale del quale trasmettiamo sabato 3 febbraio alle 23.15 l’interpretazione della sonata n.5 op.24 di Ludwig Van Beethoven, una delle più celebri sonate per violino e pianoforte scritte dal genio di Bonn.
Abbiamo deciso di porre qualche domanda al Maestro Enrico Pace, finissimo interprete e pianista di altissima levatura, per conoscere più da vicino questa prestigiosa formazione cameristica e scoprire più dettagliatamente l’anatomia del processo interpretativo ed esecutivo nell’ambito della musica d’insieme.

Quando e dove nasce la collaborazione tra Lei e il Maestro Leonidas Kavakos?

Ci siamo incontrati a un Festival in Norvegia, a Risør, a cavallo dell’anno 2000: in quella occasione abbiamo eseguito il doppio concerto di Mendelssohn per pianoforte, violino e archi. Ci siamo trovati subito bene, abbiamo fin da subito instaurato un buon rapporto sia umano sia musicale, quindi col tempo abbiamo deciso di collaborare più frequentemente e dunque si sono concretizzati vari progetti, tra cui l’incisione delle sonate di Beethoven. 

Sia Lei che il Maestro Kavakos siete due solisti innanzitutto. Potrebbe spiegare in cosa consista la differenza tra l’approccio alla dimensione cameristica e quello alla dimensione solistica?

Senz’altro sono due aspetti complementari del fare musica. Ho collaborato con Kavakos come con altri grandissimi musicisti, e credo di aver imparato molto da loro: c’è un aspetto di comunicazione e di trasmissione all’altro di quello che ognuno di noi crede utile. E poi può darsi che ci si trovi su una linea interpretativa che non è necessariamente subito comune, ma diventa tale tramite il dialogo, tramite le prove, tramite la conoscenza reciproca, anche e soprattutto umana. Quindi c’è senz’altro differenza tra le due dimensioni, quella cameristica e quella solistica. Chiaramente quando si è soli si può fare quel che si vuole, sempre ovviamente dentro i margini di un discorso musicale logico e coerente, ma essendo in due, specialmente con una grande personalità come quella di Kavakos, ci si sintonizza sulla stessa lunghezza d’onda circa la visione di un certo brano e si cerca di trarre il massimo da tutti gli  elementi di esso. Ecco, la caratteristica di Kavakos è quella di ricercare sempre in ogni pezzo il pathos, la drammaturgia, andando a scavare in ogni dettaglio armonico e melodico: in questo siamo completamente d’accordo, perché anche secondo me la musica è fatta di questi elementi basilari, cioè ritmo, melodia e armonia, che si  trasformano continuamente e continuamente dialogano tra di loro senza intellettualismi e senza cose che provengono dal di fuori. Chiaramente poi  c’è la questione dello stile: la musica, certo, parla di emozioni umane, ma che si dicono in modi e linguaggi diversi. Così come si è evoluto l’italiano nei secoli, anche la musica ha sviluppato linguaggi differenti. Su questo abbiamo cercato una formula comune, a proposito dell’autore che verrà trasmesso stasera, di uno stile beethoveniano attraverso i vari periodi della vita del compositore in questione.

Qual è il primo pezzo che avete studiato insieme?

I primi pezzi che affrontammo furono la sesta Sonata di Beethoven e la terza di Brahms. Mi ricordo che realizzammo un video a Lugano nel 2006 /2007 con questo repertorio.  Ci trovammo subito bene, da lì decidemmo di andare avanti con continuità nel nostro rapporto musicale.

A partire dalla prima lettura fino alla fine della preparazione di un pezzo, può dire quali siano i fattori determinanti per la riuscita di una buona esecuzione?

Senz’altro il fatto che la prima lettura avvenga con considerevole anticipo rispetto  all’esecuzione, in modo che ci sia la possibilità di valutare tutti gli elementi e di far maturare il pezzo secondo la propria visione. Nel caso di un pezzo da camera, cercare di incontrarsi con molto anticipo rispetto al concerto. Direi dunque che uno dei fattori fondamentali di una buona esecuzione sia in definitiva il tempo, per far sì che il pezzo possa essere ben assimilato. A volte questo non è è possibile, ma devo dire che comunque, anche in quel caso, possa succedere che vedano la luce letture interessanti dei pezzi, forse per una certa affinità che è presente tra gli esecutori. La peculiarità di queste interpretazioni sta nel fatto manchino di quella solidificazione che viene dal frequentare insieme per molto tempo la composizione, e può accadere che sorga in questi casi una sorta di amore a prima vista per quella data esecuzione.
Un altro elemento fondamentale è la qualità delle prove. Durante la prova di insieme si cerchi di lavorare sull’equilibrio sonoro, su ogni dettaglio del fraseggio, su ogni aspetto di tempo, su ogni nuance, in modo che queste caratteristiche vengano implementate in una visione generale, in modo tale che non diventino rotture nel flusso della musica. Chiaramente poi per una buona esecuzione è anche necessario essere riposati, non stancarsi troppo. Questo talvolta è assai difficile  perché, volendo sempre dare il massimo, può capitare che si voglia a tutti i costi tentare fino all’ultimo di trovare la soluzione di quel rebus che è ogni pezzo musicale, che vogliamo risolvere con ntransigenza: l’interprete è come un detective che vuole scoprire chi sia il colpevole.

Lei si riconosce in questa maniera di intendere la performance musicale?

Sì, io tendo a cercare fino all’ultimo la soluzione per il pezzo, ma questa spesso non è la scelta migliore perché uno deve imparare a trovare il giusto mezzo tra la sensazione di avere presenti tutti gli aspetti  del pezzo e il rispetto dell’equilibrio del corpo, che ha comunque ha bisogno di grande energia prima del concerto, e dunque di riposo.