il balletto 'Coppélia' di Léo Delibes
Chi non conosce il blockbuster Blade Runner, kolossal ambientato in un mondo abitato da esseri umani e replicanti.

Chi sono i replicanti? Esseri androidi creati da un’azienda, la Tyrell Corporation, inizialmente con l’intento di far svolgere loro i lavori più infausti nelle colonie extramondo. L’ultimo modello, il nexus 6, è la grande avanguardia della robotica ed è propagandato dallo slogan più umano dell’umano, che nasconde interessanti sfumature della dialettica uomo-macchina.
Indistinguibile dall’essere umano, il replicante ha un’intelligenza artificiale comparabile alla nostra e una spiccata capacità cognitiva, ma l’aspetto più interessante è che lui stesso non sa di essere un replicante: nell’automa vengono addirittura impiantati ricordi d’infanzia, così che possa credere indubitabilmente di essere un essere umano a tutti gli effetti.

Ma questo è il cinema, questa è Science fiction, intrisa di una poetica tutta novecentesca, tutta post-moderna, così imbevuta di un senso post-apocalittico tanto inquietante quanto lo è stato il secolo scorso, il secolo che più di ogni altro ha scandito uno strappo con la storia precedente e che ha orientato l’umanità verso nuovi, inusitati paradigmi. Questo è vero, e, si dirà, poco ha a che fare con un balletto scritto nel 1870  su libretto di Charles Nuitter e musiche di Léo Delibes, allievo di Adolphe Adam, quello che scrisse la Giselle. Libretto a sua volta ispirato dal primo racconto dei Notturni di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Der Sandmann, L’Uomo di sabbia, del 1815.

Ma basta andare ad indagare proprio su questo autore ottocentesco  per realizzare che questo topos sia ben più antico di Blade Runner. Proprio di Hoffmann, sfogliamo la novella L'automa, che fa parte della collana I confratelli di San Serapione (1819-21): si tratta di un uomo con fisionomia orientale al quale si possono porre domande sussurrandogliele all’orecchio. L’automa risponde, e successivamente va ricaricato con una chiave in un meccanismo a orologeria. Ma qual è la sensazione, lo stato d’animo di Hoffmann nell’immaginare ciò, nell’ipotizzare che sia, appunto, replicato l’essere umano? A pagina 53 leggiamo: “(…) Il legame tra l’uomo e le figure morte che imitano ciò che è umano, nell’aspetto e nei movimenti, per compiere gli stessi atti, ha ai miei occhi qualcosa di opprimente, di inquietante, di terribile.” Una reazione quasi di rifiuto intellettuale di questa evenienza, sebbene “si possa concepire la possibilità che le figure siano in grado di danzare in modo artificiale”, prosegue Hoffmann, ma “se dovessero fare un ballo insieme con esseri  umani, facendo volteggi di ogni sorta, con il danzatore vivo che stringe la ballerina morta, di legno, e piroetta con lei, potresti sopportarne la vista per più di un minuto senza inorridire?”(ibidem)

E’ il caso di Coppélia, bambola creata dallo scienziato Coppelius, al centro del balletto trasmesso  mercoledì 14 febbraio alle 21.10 su Classica HD, di cui Swanilda, fidanzata di Franz, è profondamente infastidita: in quest’ultima arde una profonda gelosia per il fascino che Coppélia esercita sul giovane ragazzo.
Nella coreografia di Eduardo Lao, Coppélia, interpretata dalla ballerina Sophie Cassegrain, si muove in maniera meccanica, robotica, incarnando perfettamente il senso del ruolo che essa ha nello svolgersi della vicenda.

Ma, a fronte dell’essere-automa, forse l’intuizione più interessante che una vicenda del genere possa trasmettere ad un fruitore è proprio l’essere umano, e cosa significhi esserlo. Si sa, spesso per comprendere un concetto è utile abbracciare intellettualmente il suo contrario. Ed ecco che, a fronte del robotico agire di Coppélia, ci viene tanto facile notare l’umanità di Swanilda, in tutta la tavolozza delle emozioni che ella ci offre, infinitamente variopinta. La gelosia, come già anticipato, quel suo non accettare l’attrattiva che un’altra eserciti sul suo Franz. La rabbia, nella splendida scena della spiga nel primo atto: una vecchia leggenda dice che se una ragazza sente il grano risuonare nello stelo della spiga, significa che l'amore del suo spasimante è vero. Swanilda non sente però nulla e si convince che Franz non la ami. In quel momento, ella spezza sia la spiga che il fidanzamento, carica di iracondia. Il sarcasmo, quando, nel secondo atto, ridicolizza la bambola Coppélia agli occhi di Franz.
Ma è soprattutto nella reazione a questi stati d’animo che Swanilda appare tanto umana: a tanta fragilità corrisponde tanto coraggio, questo forse è un buon compendio per comprendere l’uomo, e così come ella trema di fronte alla paura di perdere il suo amato, analogamente si addentra con le amiche nel laboratorio di Coppelius e lo mette a soqquadro caricando gli altri automi, dando il via ad una fuga generale.

Quando torna lo scienziato, Swanilda ha la freddezza e l’ardore di sostituirsi a Coppelia e salvare il suo amato Franz dal tentativo di Coppelius di estirpare lui l’anima ed inserirla nella sua bambola-automa. Ardore, sì, ma anche astuzia. Una furbizia tutta umana, che ci rimanda quasi ad un callido Ulisse che vince sulle insidie del mondo col suo umano ingegno. Così fluido, così adattabile alle situazioni e modulabile in base ad una intuitiva comprensione dello stato di cose in cui ci troviamo. E’ infatti questo ingegno che porta Swanilda a incantare e distrarre Coppelius con una danza spagnola.
L’aspetto interessante della versione da noi proposta è che il regista e coreografo Eduardo Lào omette questa figura affascinante e affida la componente umana a Coppélia stessa, la quale brama ardentemente di abbandonare la sua natura robotica e artificiale per trasformarsi in un essere umano a tutti gli effetti, una donna non più dipendente dalla volontà altrui ma pienamente libera di scegliere. Quasi un omaggio alla ‘scomparsa’ Swanilda, quasi a voler fare le veci di quell’umanità tanto mirabile che ella ci mostra nella versione originale del libretto. Il desiderio di farsi essere umano, di trasfigurare in donna, e in tutto ciò che comporta esserlo.

Insomma, libretto originale o meno, in ultima istanza ciò che affiora da questa bella storia è che sia l’amore ciò che contraddistingue l’essere umano dalla macchina, e tutto ciò che amare comporta, la radicalità delle decisioni che si prendono, la forza determinante dell’iniziativa che esso sprona nell’uomo, il coraggio che fa emergere.
Uno spunto di riflessione che il balletto Coppélia stimola senz’altro.