Trilogia d'autunno dal Ravenna Festival
Abbiamo intervistato Gabriele Cazzola, documentarista e video-maker, regista del documentario Trilogia d’autunno – Ravenna Festival,  in onda giovedì 1 febbraio alle 21.10 su Classica HD, canale 138 di Sky.


E’ sempre una bella notizia che si creino occasioni per consentire a giovani interpreti di esibirsi ed acquisire esperienza. Ciò accade da ormai ventisette anni al Ravenna Festival, nato nel 1990 sotto la direzione artistica di Roman Vlad e da allora un palcoscenico tra i più prestigiosi del panorama italiano, che ha visto alternarsi negli anni artisti di altissima levatura: da Maurizio Pollini a Luciano Pavarotti, da Giuseppe Sinopoli a Pierre Boulez, Martha Argerich e Mischa Maisky. Creando un dialogo col mondo non classico, con Herbie Hancock e Lou Reed ad esempio, e dialogando con le altre forme d’arte, dalla pittura alla letteratura alla recitazione. Un laboratorio di virtuose contaminazioni, che prosegue dall’estate, momento in cui è il padrone di casa Riccardo Muti a formare giovani direttori d’orchestra nella preparazione della messa in scena di un’opera, fino all’autunno, momento in cui è Cristina Mazzavillani Muti a lavorare alle regie di titoli scelti ogni anno in base ad una linea concettuale sempre diversa. Tra queste selezioni di lavoro la cosiddetta Trilogia d’autunno, che nel 2012 ha avuto come protagoniste le tre opere popolari di Giuseppe Verdi: Traviata, Rigoletto e Trovatore.
I giovani. Nel loro segno si svolge tutto questo.  A partire dall’orchestra residente, la prestigiosissima Orchestra giovanile Luigi Cherubini, fiore all’occhiello del Festival, per finire ai cantanti dei lavori messi in scena. “Tutti i cantanti erano giovani, molti di essi erano al debutto all’opera, ma lavorare in un ambiente stimolante e positivo, in cui se sbagli qualcosa trovi non delle censure, ma dei suggerimenti, li ha aiutati molto”, testimonia Gabriele Cazzola, video-maker e documentarista che collabora stabilmente col Maestro Muti e che nel 2012 fu il responsabile delle riprese per Trilogia d’autunno – Ravenna Festival, il documentario in onda giovedì 1 febbraio alle 21.10 su Classica HD (canale 138 di Sky). “Molti di essi ora sono in carriera”, continua il nostro ospite: “Rosa Feola, ad esempio, era agli esordi ed ora è perfettamente in carriera. Seppur si dica che avesse gli occhi smarriti, in realtà era già molto brava”. E quasi nel dire ciò interpreta quel che un po’ tutti pensano: Rosa Feola è una magnifica cantante, e interpretazione dopo interpretazione mostra di avere anche una personalità artistica molto ben definita. Quella fu una delle sue prime apparizioni, e forse fu determinante per poter calcare i più importanti palcoscenici. A proposito di Riccardo Muti e Cristina Mazzavillani, “c’è una coincidenza assoluta dell’interpretazione musicale”, prosegue Gabriele Cazzola. “Entrambi hanno un grande rispetto del compositore e della partitura. Tra di essi c’è uno scambio artistico continuo”. Perfettamente in linea, dunque, con quelle che sono le caratteristiche che Rosa Feola ammira maggiormente in una delle figure che più la ispirano, trattasi di Renata Scotto: “Mi ha dato esempio di ponderazione, e cerco di seguirla in questo. Mi ha insegnato il rispetto per lo spartito”, come ha dichiarato in un’intervista.
Forse è di questa grande sapienza della téchne, del saper fare, interpretare e capire profondamente la musica che il Festival di Ravenna trae la sua linfa vitale. Non a caso è nel segno di Riccardo Muti che questo splendido evento prende forma per come oggi lo conosciamo. Aggiunge il nostro ospite: “Lavorare con Muti è stimolante. Ho imparato più negli ultimi 15 anni in cui ho lavorato col Maestro che nei precedenti 40. Col Maestro bisogna saper ascoltare, ti riporta sempre ai dettagli della partitura e della messa in scena che ti fanno comprendere a fondo il lavoro che stai facendo”. L’ascolto, dunque. Forse parola-chiave per capire a fondo la grande qualità del lavoro che si fa in questa sede, ben rappresentato dal documentario Trilogia d’autunno – Ravenna Festival. Per la riuscita di un lavoro del genere, ci spiega Cazzola, occorre una componente particolare, oltre a ciò che di ordinario si necessita per realizzare un normale documentario. “Oltre a sapere osservare bene, bisogna saper ascoltare. L’intento documentaristico viene attuato partendo anzitutto dall’ascolto, dalla comprensione della partitura. Da lì parto per capire cosa far vedere. Devo cercare di mettere in risalto quel che il direttore vuole dire. Rispetto a un documentario normale, l’aspetto dell’ascolto è essenziale per decidere cosa mettere in risalto e cosa no. Se ti fai guidare dalla musica, ottieni un buon risultato”.
Dalla Traviata, in cui è presente un omaggio alla regia di Josef Svoboda basata su complessi ed evocativi giochi di specchi simboleggianti quasi uno sdoppiamento della realtà, al Rigoletto, oggetto di violentissimi contrasti tra luce e ombra, al magnifico Trovatore. Un documentario che definiremmo, riallacciandosi alle parole di Gabriele Cazzola (e anzi enfatizzandole), un ottimo risultato.