Un approfondimento firmato da Jacopo Ghilardotti a pochi giorni da "Un ballo in maschera"
A pochi giorni dall'attesa prima visione di "Un ballo in maschera" dalla Staatsoper di Monaco - in onda sabato 26 marzo alle 21.10 su Classica HD - ripercorriamo gli storici scontri di Giuseppe Verdi con la censura, anzi le censure. Censure molteplici nell'Italia preunitaria che ostacolarono il cigno di Busseto e in molti casi lo obbligarono a rinunce, riscritture forzate e altre assurde violenze intellettuali. 

Basta fare due conti. Giuseppe Verdi nasce nel 1813 e debutta nel 1839, l’Unità d’Italia si compie nel 1861: per 22 anni Verdi lavora quindi in altro paese e altro continente, sottoposto alle censure multiple e sovrapposte dei diversi stati, più o meno grandi, più o meno reazionari, più o meno rigidi. In quei 22 anni Verdi scrive, al netto dei rifacimenti, 21 opere (tutte meno l’innominabile, Don Carlo(s), Aida, Otello e Falstaff), spesso scontrandosi con una censura mutevole secondo i teatri e manifesta per motivi politici, religiosi e di buon costume. Qualche esempio. L’Arcivescovo di Milano chiese modifiche ai Lombardi alla Prima Crociata perché gli avevano raccontato che conteneva parti manipolate della liturgia: il funzionario incaricato era un melomane, e così l’Arcivescovo non ottenne soddisfazione. A Verdi piaceva Stiffelio, la storia di un pastore protestante tradito dalla moglie: i censori lo ostacolarono a tal punto che anni dopo Verdi riscrisse l’opera, cambiando il titolo in Aroldo e trasformando il protagonista in un crociato. Della Traviata mutavano il titolo e annebbiavano i dettagli professionali da piazza a piazza: Verdi rinunciò in battuta alla desiderata ambientazione contemporanea, ma ottenne che i personaggi in scena non indossassero quelle brutte parrucche. Le questioni politiche però erano le più vincolanti, dato il secolo e dati i tormenti liberali che lo attraversavano (e che spesso trovavano espressione nei teatri, nel nome e nelle opere di Giuseppe Verdi). Sul palcoscenico, “I re non solo non dovevano venire uccisi, ma dovevano anche fare bella figura (Rescigno)”. Il protagonista libertino del dramma di Victor Hugo da cui è tratto il Rigoletto era il re Francesco I di Francia; per avere meno noie, Verdi e Francesco Maria Piave lo trasformarono in un non meglio precisato Duca di Mantova. Una questione simile sorse anche per Un ballo in maschera. Il libretto dell’opera, scritto da Antonio Somma, s’ispira a un regicidio già messo in musica due volte prima di Verdi: l’assassinio del re Gustavo III di Svezia durante una festa, nel 1792. Doveva andare in scena al Teatro San Carlo, ma la censura si mise in mezzo e l’opera nei mesi cambiò titolo, protagonista e contesto più volte. Ogni tentativo di rappresentarla a Napoli s’incagliò dopo l’attentato di Felice Orsini a Napoleone III, che indusse il teatro a mutare radicalmente il libretto, scatenando l’ira di Verdi. Un ballo in maschera debuttò infine al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859. Nell’ordine degli eventi, il protagonista diventò un duca Ermanno, tale Armando degli Armandi della fazione guelfa, il conte di Gothemburg e Riccardo, duca di Surrey e governatore di Boston (tramutato all’ultimo in Riccardo, conte di Warwick – a Roma non piaceva il duca).

di Jacopo Ghilardotti

"Un ballo in maschera" di Giuseppe Verdi
Sabato 26 marzo ore 21.10 in prima visione solo su Classica HD (Sky canale 138)


in replica*
lunedì 28 marzo ore 11.15
mercoledì 30 marzo ore 23.35
domenica 3 aprile ore 14.00
martedì 5 aprile ore 11.00
giovedì 14 aprile ore 19.00
venerdì 22 aprile ore 13.00

* gli orari potrebbero subire delle variazioni, si consiglia di consultare la guida settimanale di Sky

Foto © Wilfried-Hoesl